NON È UN SEMPLICE ATTACCO INTELLETTUALE, MA UNO SCONTRO TOTALE TRA DUE ITALIE: PAROLE TAGLIENTI, SORRISI GELIDI E UNA RISPOSTA CHE UMILIA PUBBLICAMENTE, MENTRE TUTTO CAMBIA SENZA CHIEDERE PERMESSO. Sembra l’inizio di un trailer politico ad alta tensione. Corrado Augias affonda il colpo, convinto di colpire nel segno, ma la reazione della Premier ribalta la scena in pochi istanti. Giorgia Meloni non alza la voce, non arretra di un passo, e proprio per questo trasforma l’attacco in un boomerang mediatico. Uno scambio che va oltre la polemica televisiva e diventa simbolo di una frattura profonda: élite contro popolo, salotti contro realtà, parole contro potere. Ogni gesto viene sezionato, ogni frase diventa munizione. I social esplodono, la sinistra si indigna, mentre una parte del Paese applaude quella risposta fredda, chirurgica, implacabile. Non è solo comunicazione politica: è una prova di forza culturale che divide l’Italia in due blocchi inconciliabili. Chi pensava di mettere all’angolo la Premier si ritrova esposto, ridicolizzato, spiazzato. E mentre il dibattito infuria, resta una domanda sospesa: in questo duello senza filtri, chi ha davvero perso la faccia davanti agli italiani?

Lo studio è freddo, asettico, illuminato da quelle luci a LED che non perdonano nessuna imperfezione, ma l’aria… l’aria brucia come se fosse satura di gas invisibile.

Nessuno tossisce. Nessuno ride.

C’è quel tipo di silenzio che precede l’esplosione, quel momento sospeso in cui il pubblico a casa smette di masticare la cena e alza il volume del telecomando.

Corrado Augias, l’intellettuale, il volto nobile di una certa sinistra colta e riflessiva, stringe i fogli tra le mani.

Sono gesti misurati, eleganti, di chi è abituato a controllare la narrazione da decenni.

Dall’altra parte del tavolo, Giorgia Meloni.

Resta ferma. Immobile.

Le mani sono intrecciate sul piano lucido, le spalle dritte come se indossasse un’armatura invisibile, il mento leggermente alzato in quella postura di sfida che ormai è il suo marchio di fabbrica. 🔥

Sul tavolo, invisibili ma pesantissime, cadono due micce pronte a far saltare tutto.

La prima è il nome di Donald Trump, evocato insieme alla parola “Nobel”.

La seconda è quella parola che lei evita, che aggira, che la sinistra brandisce come una clava: “antifascista”.

Augias alza lo sguardo sopra la montatura degli occhiali.

È il momento dell’attacco.

La accusa, con tono pacato ma velenoso, di usare la Costituzione italiana non come una guida morale, ma come uno scudo.

Un riparo burocratico dietro cui nascondere le vere intenzioni, le vere simpatie, la vera natura di una destra che lui fatica a riconoscere come istituzionale.

Meloni lo fulmina.

Non con la rabbia della comiziante di piazza, ma con lo sguardo gelido di chi detiene il potere.

“Io non mi nascondo”, sibila.

Ed è qui, esattamente a metà di questo scambio che entrerà negli annali della comunicazione politica, che succede una cosa precisa.

Il terreno si sposta.

Non è più una conversazione tra un giornalista e un politico. ⚔️

Diventa un duello rusticano in prima serata, combattuto con le armi della retorica e del disprezzo reciproco.

Lo studio sembra un frigorifero, l’aria condizionata punge sulla pelle, eppure si suda freddo.

Augias ordina i suoi appunti con la cura maniacale di chi vuole dimostrare superiorità intellettuale.

Gli occhiali gli tagliano il volto, nascondendo per un attimo l’espressione degli occhi, ma la sua voce, quando parte, è morbida.

Troppo morbida.

Quella morbidezza che nasconde la punta affilata di uno spillo.

Giorgia Meloni, dall’altra parte della barricata, non muove un muscolo.

È la postura di chi sta in trincea mentre fischiano i proiettili.

La sua faccia non è impaurita. È trattenuta.

Come una brace ardente sotto uno strato sottile di cenere grigia, pronta a divampare al primo soffio di vento.

Augias sceglie subito il terreno di scontro: la politica estera.

Dice di aver seguito le mosse delle ultime settimane, richiama il cosiddetto “Board of Peace” americano, analizza il rapporto con la nuova, imminente amministrazione Trump.

E poi affonda la lama.

Secondo la sua lettura, Giorgia Meloni usa la Costituzione non come bussola, ma come alibi.

La accusa di restare dietro i vincoli istituzionali, dietro il cerimoniale, per non dire davvero cosa pensa.

Per non dover scegliere.

Dice che così prova a non scontentare nessuno: né l’amico americano ingombrante, né l’Europa che guarda con sospetto.

Quando finisce di parlare, nello studio si sente solo il respiro dei cameramen.

Giorgia Meloni lascia passare un battito. Uno solo.

Le si disegna sulle labbra un sorriso corto, amaro, quasi impercettibile.

Poi si sporge verso il microfono.

La voce cambia.

Non è più quella colloquiale dell’inizio. Diventa metallica. Precisa. Chirurgica.

Taglia le parole come se stesse affettando il silenzio.

Chiama Augias “Dottore”.

Scandisce il cognome come a voler mettere una distanza netta, un fossato incolmabile tra il suo mondo e quello del giornalista.

Dice che la sua lettura è “singolare”, quasi “surreale”.

E lo colpisce su un nervo scoperto.

Lo descrive, senza dirlo esplicitamente, come l’emblema di una certa sinistra intellettuale.

Quella che osserva il mondo dai salotti, dai terrazzi romani, e che ha perso ogni contatto con la realtà sporca e difficile del governo quotidiano.

Giorgia Meloni apre le mani.

Sembra un gesto di apertura, di accoglienza.

Ma è una sfida.

Gli chiede, con una calma che fa paura: “Mi sta rimproverando perché rispetto troppo la Costituzione?”. 📜

Il colpo è magistrale.

Ricorda a lui, e a tutto il pubblico a casa, come per anni lei e la sua parte politica siano stati dipinti come i barbari.

Come quelli pronti a stracciare le regole, a calpestare la democrazia, a marciare su Roma.

E adesso?

Adesso succede l’opposto, dice Meloni con un lampo negli occhi.

La stessa gente che le faceva la morale, ora la accusa di usare le regole come scusa.

È il cortocircuito perfetto.

Augias prova a inserire un dito in aria, un gesto timido come per fermare una valanga che sta scendendo a valle.

Ma Giorgia Meloni non gli concede spazio.

Non urla. Non ne ha bisogno.

Però non rallenta. È un treno in corsa.

Dice che lui confonde la serietà istituzionale con l’ignavia.

E sul “Board of Peace”, su Trump, su tutta la politica estera, pianta un paletto di cemento armato.

Non agisce per raccogliere applausi in uno studio televisivo.

Non agisce per cercare pacche sulle spalle dalle cancellerie europee gradite alla sinistra.

Qui il nodo è semplice, dice.

Ha giurato sulla Costituzione per difendere l’Interesse Nazionale.

Se un vincolo impone prudenza, se impone il rispetto del Parlamento, lei lo rispetta.

Non per nascondersi. Ma perché guida una Repubblica Parlamentare, non un profilo Instagram.

E aggiunge una frase che punta dritta al bersaglio grosso, destinata a diventare virale in pochi secondi:

“Io non sono un influencer che deve mettere un like o un non-mi-piace alle proposte di Trump”. 📲

Boom.

Corrado Augias reagisce con un sorriso di sufficienza.

Scuote la testa piano, come un professore deluso da un alunno testardo.

Cambia lama.

Dice che il suo punto non è giuridico, è politico.

Insiste: secondo lui, Giorgia Meloni non dice sì o no perché teme di perdere consenso.

La definisce così: “Una che non sceglie”.

Giorgia Meloni alza la voce di una tacca. Una sola.

L’indice batte sul tavolo in ritmo, scandendo il tempo della replica.

Dice che lei sceglie ogni giorno.

Ma sceglie in base alla Realtà, non all’Ideologia.

E qui piazza una differenza netta, abissale.

Chi sta fuori dal governo, chi scrive gli editoriali, può permettersi posizioni nette, pure, immacolate.

Può permettersi le condanne morali e le indignazioni a comando.

Chi governa, invece, firma decreti. Gestisce conseguenze. Paga stipendi.

Non torna indietro.

Anzi, spiega con didascalica pazienza che mantenere un canale aperto con gli Stati Uniti, chiunque sia il presidente scelto dal popolo americano, può servire all’Italia.

Parla del Mediterraneo. Parla delle imprese.

E ribadisce che i passaggi formali si rispettano.

Se qualcuno chiama questo “scudo” per comodità editoriale, lei lo chiama Stato di Diritto.

E poi arriva una stoccata che fa male perché è semplice come uno schiaffo.

Dice che tanti si aspettavano un elefante in una cristalleria. 🐘

Speravano nel disastro.

E invece hanno trovato qualcuno che le istituzioni le sa guidare meglio di loro.

Lo studio torna muto. Più pesante di prima.

Augias si sistema gli occhiali. Ha incassato, si vede.

Ma non è finito.

Si vede che decide di cambiare piano di attacco.

Per mettere davvero in difficoltà Giorgia Meloni, sposta lo scontro dal presente al passato.

Dalla pratica alla simbologia.

La sua voce diventa più grave, quasi paterna, carica di un rimprovero storico.

Tira fuori la domanda che pesa da una vita politica intera.

Le dice che c’è una questione che lei elude.

Sostiene che non può dirsi “antifascista”.

Non per capriccio, dice lui, ma per i fatti. Per i comportamenti. Per le ambiguità tollerate nel suo partito.

La guarda fisso, negli occhi, e le chiede perché non recide quel cordone ombelicale con la storia nera.

Tu che dici? Con Trump serve diplomazia o serve distanza? Scrivilo nei commenti. Diplomazia o Distanza? 👇

Giorgia Meloni sospira.

Ma non è un cedimento. È stanchezza.

Una stanchezza antica, geologica, da domanda ripetuta mille volte per decenni.

Si appoggia allo schienale e incrocia le braccia.

Il corpo dice chiaramente: “Ci risiamo”.

Poi abbassa la voce. La rende quasi confidenziale, ma fredda come il ghiaccio secco.

Dice ad Augias che sono loro ad avere un bisogno disperato del fascismo.

“Più bisogno voi”, insiste, “che i nostalgici da operetta”.

Augias non molla. La incalza. “Non eluda, Presidente”.

Giorgia Meloni scatta. Riprende il controllo della scena.

Dice che non sta eludendo niente.

Sta cercando di portarli nel presente, nel 2024, mentre altri vogliono trascinarla nel 1922 per comodità.

E qui mette la linea rossa. 🚫

Non accetta patenti di democrazia.

Non accetta di doversi sottoporre a un esame del sangue ideologico per avere il diritto di governare conferito dagli elettori.

Poi fa una cosa tipica di chi vuole chiudere un varco per sempre.

Dichiara che il fascismo è stato consegnato alla storia.

Condannato dalla storia.

Condannato senza appello per la tragedia che ha portato e per le leggi razziali.

Ma aggiunge un corollario velenoso: nel lessico politico italiano, la parola “antifascista” è diventata un’arma impropria.

La collega a un uso strumentale che, secondo lei, ha legittimato violenze negli anni ’70 e ha escluso milioni di italiani dall’arco costituzionale.

La definisce “un randello” in mano a chi voleva il monopolio della moralità.

Augias scuote la testa.

Dice che una partita con la storia non si chiude se non si ha il coraggio di nominarla.

Giorgia Meloni risponde con veemenza.

Dice che lei la storia la nomina eccome.

E condanna ogni totalitarismo senza sconti: fascismo, nazismo, comunismo.

E poi affonda di nuovo, ribaltando il tavolo.

Sostiene che finché cercano il fascismo in lei, evitano di guardare i fallimenti colossali di chi la critica.

La chiama “Arma di Distrazione di Massa”. 🎭

E porta esempi concreti, con il tono di chi vuole stare a terra, tra la gente.

Quando non sanno come attaccarla sul PIL, sull’occupazione, sullo spread…

Dice Meloni: “Tirano fuori il saluto romano di qualche imbecille in provincia”.

Perché è comodo. Perché li rassicura. Perché li fa sentire dalla parte giusta della barricata.

Ma conclude con un sorriso tagliente: “Gli italiani hanno capito il gioco”.

E mentre altri inseguono i fantasmi del passato, lei si occupa dei problemi del presente.

Qui Corrado Augias resta in silenzio per un istante.

La virulenza della risposta lo colpisce.

Prova a recuperare terreno. Le dice che è brava a svicolare, ma la storia non si cancella con la retorica della vittima.

Insiste: “Quel silenzio, per me, urla”.

Giorgia Meloni chiude secca.

“Se qualcosa urla”, dice, “è il silenzio delle idee per il futuro dell’Italia da parte vostra”.

E chiude con una frase che sa di taglio netto:

“Lei scriva pure i suoi editoriali. Io ho un Consiglio dei Ministri da preparare e una nazione da guidare nel nuovo secolo, non in quello vecchio”.

La pausa pubblicitaria non scioglie nulla.

Il conduttore beve un sorso d’acqua, ma i due restano immobili.

L’aria diventa densa, quasi solida. I microfoni sembrano crepitare per l’elettricità statica.

Corrado Augias sfoglia gli appunti con un movimento lento, ipnotico.

Giorgia Meloni scrive su un foglio bianco.

Non sono note difensive. Sembrano munizioni per il secondo round.

Quando la luce rossa della telecamera torna accesa, Augias cambia registro.

Lascia la storia e prende l’ironia dell’analista politico che vuole smascherare un trucco da prestigiatore.

Si toglie gli occhiali. Li pulisce con un fazzoletto di stoffa.

È un gesto per prendere tempo. E per dire: “Adesso ti colpisco dove fa male”.

Riparte dal presente. Cita l’uscita sul Nobel per la pace a Donald Trump.

Dice che nessuno, in buona fede, crede davvero che Giorgia Meloni consideri Trump un apostolo della pace.

Propone la sua lettura maliziosa: sarebbe tattica.

Un “bilancino”. ⚖️

Una lusinga per bilanciare futuri “no” in altri tavoli.

Chiede se non sia strumentale. Se non rischi di farle perdere credibilità internazionale.

Giorgia Meloni posa la penna.

Il viso si indurisce come pietra.

Quell’accusa la irrita profondamente perché tocca la sua idea di coerenza.

Ripete la parola “bilancino” con disprezzo palpabile.

E attacca.

Dice che loro banalizzano la complessità mostruosa della politica estera, riducendola a mezzucci da bottega.

“Quello che lei chiama bilancino, nel mondo si chiama Diplomazia”.

E lo dice con la spocchia di chi crede che la politica internazionale non si faccia con i buoni sentimenti e le petizioni online su Change.org.

Poi entra nel merito.

Dice: “Per voi Trump è il mostro”.

Ma lei guarda i fatti.

Ricorda gli Accordi di Abramo come un risultato storico da riconoscere, oggettivamente.

E fa un confronto impietoso con altri leader celebrati dalla sinistra.

Cita Barack Obama.

Cita gli attacchi con i droni. Cita la destabilizzazione in Nord Africa che ha pesato sulla Libia e, di riflesso, ha scaricato il caos sull’Italia.

Non lo dice come lezione di morale. Lo dice come elenco di conseguenze pagate dagli italiani.

Augias tenta di riportarla al punto. “Qui parliamo della sua proposta. È piaggeria”.

Giorgia Meloni lo blocca con un colpo secco del palmo sul tavolo.

“Non è piaggeria. È Realismo”.

Se un leader ottiene un obiettivo di pace, merita riconoscimento. Anche se non piace ai lettori di Repubblica.

Poi sposta il baricentro sul suo terreno preferito.

“Io gioco su un solo tavolo: l’Interesse Nazionale Italiano”. 🇮🇹

Lo ripete. E lo fa pesare.

Se per difendere le imprese italiane che esportano negli Stati Uniti deve costruire un rapporto privilegiato con la Casa Bianca…

Lei lo fa.

E usa tutti gli strumenti della diplomazia, compresa la cortesia istituzionale e, sì, anche la lusinga se serve.

A quel punto il tono si raffredda ancora.

Giorgia Meloni chiede ad Augias se ha capito cosa succede davvero nel mondo.

Descrive un’Europa che cerca disperatamente una bussola. Un’America che cambia pelle.

E rivendica che l’Italia, con questo governo, è tornata centrale.

Dice che parla con Trump e parla con Ursula von der Leyen.

E sostiene che la ascoltano perché è affidabile. Perché quando prende un impegno, lo mantiene.

Poi affonda un colpo politico devastante.

Contrappone questa postura a chi, quando governava, andava a Parigi o a Berlino a prendere ordini col cappello in mano.

Augias scuote la testa, non convinto.

Dice che la narrazione è affascinante, ma per lui i fatti dicono altro.

Lei loda Trump per tenerlo buono perché teme scelte su NATO e Ucraina.

La dipinge come reattiva. Non guida, sopravvive.

Torna al “bilancino”. Serve a non cadere, non ad avanzare.

Giorgia Meloni replica tagliente.

“Quella è una lettura miope”.

Confondere la prudenza con la paura è un errore da dilettanti.

Governare, sostiene, è navigare in mare aperto e in tempesta. 🌊

E se sei al timone, non vai dritto contro un muro d’acqua alta dieci metri solo per mostrare quanto sei coraggioso.

Aggiusti la rotta. Sfrutti il vento.

Per lei questo non è sopravvivere. È portare la nave e l’equipaggio in porto sani e salvi.

Poi rende la discussione brutale e concreta.

Chiede ad Augias se preferirebbe lo scontro frontale con Trump per principio.

“Così lei scrive un bell’editoriale indignato, e poi quando arrivano i dazzi che uccidono il Made in Italy, chi lo spiega agli operai del Nord?”

“Chi lo dice a chi lavora?”

Ci va lei, sembra dire, a metterci la faccia davanti alle fabbriche chiuse.

Augias prova a recuperare con una frase che punta alla sua visione “alta”.

“La politica non è solo contabilità di dazzi, è Visione”.

Avverte che lodare un uomo che ha messo in discussione la democrazia americana è un segnale pericoloso.

Lei, secondo lui, legittima un modello.

Giorgia Meloni scatta.

Dice che non legittima modelli altrui. Difende il suo.

Difende la democrazia italiana rispettando il voto degli americani.

“Se scelgono Trump, lei lavora con Trump. Se scelgono un altro, lavora con l’altro”.

E definisce questo come la vera Democrazia: rispettare la volontà dei popoli anche quando non votano come piace a certi ambienti intellettuali.

A questo punto Meloni allarga il discorso.

Dice che il problema di chi la critica è che non accetta la realtà e vorrebbe un mondo su misura.

E siccome quel mondo non esiste, se la prendono con lei che prova a gestire il reale.

Chiude con una rivendicazione orgogliosa.

“Lo chiamino bilancino quanto vogliono. Io la chiamo Responsabilità”.

E aggiunge che quel metodo sta portando risultati: spread stabile, occupazione che cresce, Italia protagonista al G7.

Augias si segna una parola sul taccuino: “Responsabilità”.

E fa l’ultima manovra. Quella finale.

Sostiene che Giorgia Meloni ha fatto un capolavoro tattico.

Il capolavoro sarebbe questo: “Scegliere di non scegliere”.

Perché chi sceglie divide. E chi decide scontenta.

Dice che lei non governa, amministra l’esistente. La definisce un “Re Travicello” astuto, capace di accontentare tutti proprio non toccando nulla.

Giorgia Meloni resta in silenzio un paio di secondi.

Poi ride.

Una risata breve, secca, senza allegria.

Ripete “capolavoro tattico” e scuote la testa.

Dice ad Augias che ha fantasia e aggiunge che dovrebbe scrivere romanzi, perché il mondo che descrive è rovesciato.

Poi diventa dura.

Dice che lui chiama “non scegliere” la fatica immane di tenere insieme una nazione lasciata a pezzi.

Punta il dito contro anni di governi non eletti, bonus a pioggia, debito fuori controllo.

E non resta sul vago. Elenca scelte che rivendica come “scelte vere”.

Superbonus chiuso. Riforma della Giustizia. Premierato.

“Queste sono scelte che fanno tremare i palazzi, altro che non scegliere!”.

Augias prova a dire: “Sono annunci, cantieri aperti”.

Giorgia Meloni lo copre. “Sono riforme”.

E spiega perché a lui sembrano immobilismo.

“Perché lei e i suoi siete abituati alla politica degli slogan e delle leggi bandiera che durano una stagione”.

“Per me governare è costruire mattone dopo mattone. E quando costruisci, non fai il rumore di chi demolisce”.

Poi rientra sul colpo di Augias e lo gira contro di lui.

“Chi sceglie divide” è una massima vecchia.

Ma ciò che divide davvero è l’Ideologia.

Accusa gli altri di aver diviso l’Italia scientificamente: ricchi contro poveri, garantiti contro partite IVA, vaccinati contro non vaccinati.

Rivendica che la sua linea è ricucire.

Governare per tutti, non per la sua curva. Tenere insieme l’operaio del Nord e l’agricoltore del Sud.

Augias ribatte pungente: “Unire restando vaghi”.

Giorgia Meloni risponde che la “vaghezza” sta negli occhi di chi non vuole leggere la pragmaticità.

Poi ammette una cosa senza vergogna.

“Sì, guardo i sondaggi”.

E dice cosa le dicono: che gli italiani si fidano.

Non per il galleggiamento. Ma perché vedono una persona che non mente e che parla chiaro: “La coperta è corta, non posso fare miracoli, ma faccio il massimo”.

Infine mette l’ultima spina nel fianco dell’interlocutore.

Sostiene che chi la attacca non accetta che una donna di destra possa essere moderata nei toni e ferma nei principi.

“Vi mando in crisi”, dice.

Perché se fosse la caricatura della fascista urlatrice che sfascia tutto, sarebbe tutto più facile per voi.

Invece hanno davanti una Premier che dialoga, media e sta nelle istituzioni.

E allora conclude: “Inventano la teoria del ‘non scegliere’ perché non sanno dove colpirmi”.

Augias prova l’ultima stoccata fredda.

“La storia giudicherà se lei ha costruito o se ha solo preso tempo”.

Giorgia Meloni raccoglie i fogli. Sembra già pronta ad alzarsi e andarsene.

Non si scusa. Non arretra.

“La storia giudicherà, certo. Ma intanto mi giudicano gli italiani”.

“E mi giudicano sui fatti: bollette, stipendi, sicurezza, orgoglio nazionale”.

“Cose da piano terra, Dottor Augias. Non da attico in centro”.

E mentre gli altri discutono di tattiche nei loro editoriali raffinati, lei torna a Palazzo Chigi a lavorare.

Perché qualcuno, dice con un ultimo sguardo in camera, deve badare al tutto.

Lo scontro è finito.

Ma l’eco di quelle parole, di quella visione contrapposta, risuona ancora nelle case di milioni di italiani.

Chi ha vinto? La visione o la realtà?

La risposta, forse, è già scritta nei fatti.

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