NON È SOLO UN FLOP, NON È SOLO AUDITEL CHE CROLLANO: È UNA RESA DEI CONTI PUBBLICA, CON ACCUSE BRUTALI, NOMI PESANTI E UNA FRASE CHE TAGLIA COME UNA LAMA, MENTRE STRISCIA LA NOTIZIA FINISCE NEL MIRINO. Sembra la scena madre di un film sul potere mediatico. Le luci si accendono, i numeri parlano chiaro e il silenzio diventa assordante. Striscia la Notizia inciampa, perde colpi, e subito parte la caccia al responsabile. Enzo Iacchetti finisce al centro della tempesta, mentre Sallusti rompe ogni argine e affonda senza filtri, usando parole che fanno esplodere il dibattito. Non è più una semplice analisi televisiva: è uno scontro frontale tra mondi, visioni e generazioni. C’è chi parla di declino culturale, chi di arroganza intellettuale, chi di un format ormai distante dal Paese reale. I social amplificano tutto, trasformando una critica in un processo pubblico. Ogni clip diventa virale, ogni reazione alimenta la polarizzazione. È davvero colpa di un volto storico o il sistema mediatico sta pagando anni di scelte sbagliate? In questo duello senza esclusione di colpi, il confine tra informazione, satira e potere si dissolve. E mentre il pubblico osserva, resta una domanda scomoda: chi ha davvero fatto crollare Striscia… e chi pagherà il prezzo più alto?

Quando Alessandro Sallusti decide di togliere la sicura alla sua penna, non lo fa mai per sport.

Lo fa per uccidere, metaforicamente parlando.

E questa volta, nel mirino del direttore, non c’è un politico corrotto o un burocrate incapace.

C’è un’icona.

C’è il volto rassicurante, sorridente, familiare di Enzo Iacchetti.

Ma dimenticate il “Signor Enzino” che vi ha fatto compagnia per trent’anni dietro il bancone di Striscia la Notizia.

Quello che Sallusti descrive, con una freddezza chirurgica che fa quasi male a leggere, è un uomo diverso.

Un uomo che, secondo lui, incarna la crisi profonda, irreversibile e spaventosa del discorso pubblico italiano.

“È colpa dell’ignoranza”.

Quattro parole.

Semplici. Banali, quasi.

Ma messe in bocca a Sallusti, diventano una sentenza di condanna inappellabile.

Non è uno slogan buttato lì per infiammare la curva dei social network.

È una chiave di lettura devastante.

Sallusti usa questo concetto come un piede di porco per scardinare la porta chiusa del salotto buono della televisione italiana e mostrarci cosa c’è davvero dentro: il vuoto. 🕳️

Il commento su Iacchetti, nato dalle polemiche feroci per le sue frasi su Israele e Palestina a Carta Bianca, diventa il pretesto perfetto.

L’innesco di una bomba che era pronta a esplodere da tempo.

Sallusti allarga lo sguardo.

Non si ferma al singolo personaggio. Non gli interessa il gossip.

Gli interessa il sistema.

Gli interessa il rapporto malato, tossico, incestuoso tra informazione, spettacolo, politica e responsabilità culturale.

L’ignoranza di cui parla il direttore non è quella scolastica.

Non sta accusando Iacchetti di non aver finito il liceo o di non sapere le tabelline.

Sarebbe troppo facile, troppo snob.

No, Sallusti parla di qualcosa di molto più profondo, oscuro e pervasivo. 🦠

Parla dell’ignoranza che nasce dall’abitudine, ormai diventata una droga nazionale, a semplificare tutto.

A ridurre la complessità del mondo a un meme.

A trasformare la geopolitica in una rissa da bar.

A ridurre questioni di vita o di morte a slogan emotivi da urlare per prendere un applauso facile da un pubblico che non vuole pensare, ma vuole solo conferme.

È l’ignoranza che si nutre di luoghi comuni ripetuti all’infinito, come un mantra ipnotico.

Frasi fatte che sembrano verità indiscutibili solo perché vengono pronunciate da un volto noto, truccato e illuminato dalle luci giuste di Cologno Monzese.

In questo quadro desolante, il personaggio televisivo smette di essere un intrattenitore.

Diventa un “cattivo maestro”.

Quando un comico, un attore, un volto amato commenta la realtà con toni morali assoluti, politici o ideologici, senza averne gli strumenti…

Diventa, secondo la visione spietata di Sallusti, il centro del problema.

Non perché sia l’unico responsabile, ci mancherebbe.

Ma perché è l’amplificatore. 🔊

È il megafono che legittima un certo modo superficiale, pigro e pericoloso di guardare il mondo.

Il “Caso Iacchetti”, nel ragionamento sallustiano, è emblematico proprio per questo.

Non si tratta di mettere sotto processo l’uomo.

Si tratta di interrogarsi sul ruolo.

Che responsabilità ha una persona che entra nelle case di 4 milioni di italiani ogni sera?

Quando un personaggio così popolare parla, quando fa satira, quando prende posizione su una guerra…

Lo fa da una posizione di privilegio comunicativo assoluto.

Le sue parole non cadono nel vuoto.

Arrivano lontano. Incidono. Graffiano. Plasmano l’immaginario collettivo della casalinga di Voghera come dell’imprenditore veneto.

E se quel messaggio è costruito sul nulla?

Se è basato su semplificazioni grossolane (“buoni contro cattivi”)?

Se si fonda su una visione manichea della realtà che non esiste più dai tempi delle crociate?

Se è un continuo richiamo all’indignazione facile, quella che ti fa sentire moralmente superiore senza costarti alcuna fatica intellettuale?

Allora, tuona Sallusti, si sta alimentando proprio quell’ignoranza che poi diventa il terreno fertile per il disastro.

Per gli errori storici.

Per le scelte sbagliate.

Per i conflitti sterili che paralizzano il Paese.

C’è un punto nel discorso del direttore di Libero che spesso viene frainteso.

O forse, viene volutamente travisato da chi non vuole guardarsi allo specchio.

Quando parla di ignoranza, Sallusti non sta insultando le persone.

Non sta dicendo che chi la pensa diversamente da lui è stupido.

Sta parlando di un “Clima Culturale”. ⛈️

Di un contesto in cui la complessità viene vista come un fastidio, come una perdita di tempo.

E la competenza? La competenza è diventata un sospetto.

“Ah, lui è un esperto, quindi vuole fregarci”.

In questo contesto malato, chi prova a spiegare, ad approfondire, a mettere in discussione le narrazioni dominanti…

Viene attaccato.

Viene bollato come elitario, distante, arrogante, “amico dei potenti”.

Al contrario, chi urla slogan semplici…

Chi divide il mondo con l’accetta…

Chi si presenta come il “portavoce del popolo” contro i presunti nemici occulti…

Ottiene il consenso immediato. Il like facile. L’applauso scrosciante.

È questa dinamica perversa che Sallusti individua come il cancro principale del nostro tempo.

E Striscia la Notizia?

Il programma dei record, il telegiornale satirico che ha fatto la storia, dove si colloca in tutto questo?

È qui che l’analisi si fa crudele.

Il rapporto tra televisione generalista e ignoranza è il cuore pulsante del problema.

La TV ha un potere enorme: può educare, può aprire finestre sul mondo.

Ma può anche appiattire tutto.

Può trasformare ogni tragedia in una caricatura. Può ridurre il dibattito a una serie di battute ad effetto, condite da risate registrate.

Quando la satira smette di essere uno strumento di critica intelligente…

E diventa solo una “conferma” delle convinzioni più basse del pubblico…

Perde la sua funzione. Muore.

Sallusti, nel commentare figure come Iacchetti, sembra voler dire proprio questo: la satira non è innocua.

Non è mai neutra.

E chi la fa dovrebbe tremare di fronte alla responsabilità che comporta.

Ma c’è un altro livello, ancora più sottile e tagliente.

L’ignoranza di cui si parla non è solo quella del pubblico che guarda passivamente.

È anche, e forse soprattutto, quella di un certo ceto intellettuale e dello spettacolo.

Quelli che si autoproclamano depositari della Verità Morale. ⚖️

Secondo Sallusti, esiste una forma di ignoranza specifica, quella “chic”, che nasce dall’autoreferenzialità.

Dal parlare sempre e solo a chi la pensa allo stesso modo.

Dal rifiuto snob di confrontarsi davvero con la realtà sporca e cattiva.

In questo senso, le prese di posizione pubbliche di certi vip diventano rituali stanchi.

Ripetizioni di un copione già scritto.

“Dico la cosa giusta per prendere l’applauso della mia bolla”.

Il problema non è avere idee forti.

Il problema è non metterle mai in discussione. Non sottoporle mai al vaglio del dubbio.

Il commento di Sallusti su Iacchetti va letto come l’ultimo atto di una guerra lunga trent’anni.

La tensione eterna tra il giornalismo d’opinione e lo spettacolo “impegnato”.

Da un lato il giornalista, cinico, freddo, che rivendica il diritto di analizzare i fatti senza filtri emotivi.

Dall’altro il personaggio televisivo, che parla al cuore (o alla pancia) usando il linguaggio dell’emozione.

Nessuno dei due mondi è superiore all’altro, in teoria.

Ma il conflitto esplode quando uno pretende di sostituirsi all’altro.

Quando lo spettacolo si traveste da analisi geopolitica.

Quando l’analisi viene ridicolizzata come “mancanza di cuore”.

In questo senso, l’accusa di “ignoranza” diventa un grido di allarme che risuona come una sirena antiaerea. 🚨

Sallusti ci sta dicendo che stiamo scivolando verso il baratro.

Verso una società in cui contano più le sensazioni dei fatti.

Più le reazioni immediate (“Che schifo!”, “Vergogna!”) che le riflessioni ponderate (“Perché è successo?”).

Una società in cui il consenso si costruisce sull’emotività e non sulla comprensione.

È un’accusa dura? Sì.

È sgradevole? Assolutamente.

Provoca reazioni difensive? Ovvio.

Ma è anche un’accusa che costringe chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale a fermarsi.

A spegnere la TV per un secondo.

E a chiedersi se non ci sia almeno una parte di verità in quel dito puntato.

Il tema dell’ignoranza si lega poi alla responsabilità individuale.

È facile, troppo facile, dare la colpa al “Sistema”. Ai media cattivi. Alla politica corrotta.

Più difficile è guardarsi allo specchio.

Riconoscere che ciascuno di noi, nel suo piccolo, contribuisce a creare questo clima tossico.

Ogni volta che condividiamo una frase senza verificarla.

Ogni volta che applaudiamo una battuta solo perché attacca chi ci sta antipatico.

Ogni volta che rifiutiamo di ascoltare un punto di vista diverso perché ci fa fatica.

Stiamo alimentando quella stessa ignoranza che poi critichiamo.

In questo senso, il discorso di Sallusti non è solo una critica a Enzo Iacchetti.

È un invito, scomodo e urticante, a un’assunzione di responsabilità collettiva.

E c’è anche una questione generazionale, innegabile.

Chi ha vissuto altre stagioni del giornalismo vede con terrore questa deriva verso la semplificazione da TikTok. 📱

Chi è cresciuto in questo ambiente, invece, spesso vede queste critiche come i lamenti di vecchi boomer nostalgici.

Sallusti appartiene alla prima categoria, certo.

Ma ridurre il suo discorso all’anagrafe sarebbe un errore fatale.

Il problema che solleva riguarda la salute mentale di una democrazia.

Quando Sallusti parla di ignoranza, parla di PAURA.

Paura della complessità.

Paura di ammettere: “Non lo so”.

Paura di uscire dalla comfort zone delle proprie certezze granitiche.

In un mondo che cambia alla velocità della luce, dove le informazioni sono infinite ma frammentate…

L’ignoranza diventa un rifugio caldo e accogliente.

È più rassicurante aggrapparsi a una narrazione semplice (“È tutto un complotto”, “È colpa di quelli là”) che affrontare l’incertezza del reale.

I personaggi pubblici che offrono risposte facili a problemi difficili diventano così i nuovi profeti.

Anche se quelle risposte sono parziali.

Anche se sono fuorvianti.

Anche se sono false.

È questo meccanismo perverso che Sallusti vuole smascherare, anche a costo di risultare il più antipatico della festa.

Il confronto con Iacchetti, quindi, non è solo uno scontro di personalità o di ego smisurati.

È il simbolo dello scontro tra due modi di intendere il ruolo pubblico.

Da una parte l’idea che chi parla a milioni di persone debba farlo con prudenza sacrale.

Dall’altra l’idea che la forza del messaggio stia proprio nella sua immediatezza brutale.

Un altro aspetto che emerge, e che non va sottovalutato, è quello del linguaggio.

L’ignoranza non si manifesta solo in cosa dici.

Ma in come lo dici. 🗣️

Un linguaggio aggressivo, semplificato, carico di giudizi morali definitivi (“Essere immondo”), tende a chiudere il dialogo.

Spegne il cervello.

Sallusti, pur usando a sua volta toni durissimi, sembra voler richiamare l’attenzione su questo punto cruciale.

Se il linguaggio pubblico si impoverisce, si impoverisce il pensiero stesso.

Le parole che scegliamo non sono neutre. Costruiscono la realtà che percepiamo.

Il dibattito che nasce da queste prese di posizione spesso si concentra sulle persone invece che sulle idee.

Si discute se Sallusti abbia esagerato.

Se Iacchetti sia stato offeso.

Se Striscia sia finita.

Tutto questo è comprensibile, è il gossip che ci piace.

Ma rischia di farci perdere di vista il nodo centrale, quello che conta davvero.

Il nodo è la qualità del discorso pubblico.

La capacità di una società di affrontare i propri problemi senza rifugiarsi in scorciatoie emotive.

È su questo terreno, arido e difficile, che la parola “ignoranza” acquista il suo significato più profondo.

E più inquietante.

In definitiva, il commento di Sallusti su Iacchetti è solo la punta dell’iceberg. 🧊

Sotto la superficie c’è una critica sistemica a un mondo che premia la visibilità più della competenza.

L’emozione più della conoscenza.

L’appartenenza tribale più del confronto civile.

È una critica che può essere respinta. Contestata. Ridicolizzata.

Ma che difficilmente può essere ignorata.

Perché tocca nervi scoperti.

Mette il dito nella piaga.

E ci costringe a chiederci: siamo davvero diventati il pubblico che si merita questa televisione?

O c’è ancora speranza di cambiare canale prima che sia troppo tardi?

La sigla di coda non è ancora partita, ma i titoli sembrano già scorrere.

E non sono titoli rassicuranti.

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