“In quello studio non si respirava aria, si respirava elettricità pura, pronta a scaricarsi sul primo che avesse osato fare un passo falso.”
Avete presente quel momento nei film thriller, un attimo prima che la bomba esploda, quando il timer segna 00:01 e il silenzio diventa così pesante da farvi fischiare le orecchie?
Ecco.
Benvenuti a PiazzaPulita.
Benvenuti nell’arena dove la politica smette di essere amministrazione e diventa un rituale sacrificale in diretta nazionale.
Quello che è andato in scena l’altra sera non è stato un talk show.
Dimenticatevi le tribune politiche anni ’90, dimenticatevi il garbo istituzionale. 🚫
Quello è stato un esorcismo mediatico.
Un rito pagano celebrato sotto le luci rosse pulsanti delle telecamere, con un obiettivo preciso, chirurgico, quasi spietato: colpire la carne viva del simbolo.
L’aria era diventata irrespirabile, densa come petrolio.
Non attraversava solo gli obiettivi delle telecamere HD, ma colpiva come una frustata gelida chiunque fosse sintonizzato da casa, con il telecomando in mano e la bocca aperta per lo stupore.
Non era la solita retorica.
No, signori, qui siamo su un altro livello.

Qui si è consumato un cambio di paradigma che ha lasciato il pubblico gelato sul divano.
Mentre Corrado Formigli, il direttore d’orchestra di questo teatro dell’assurdo, osservava la scena con quello sguardo sornione di chi sa di aver appena innescato una reazione a catena…
Una parola è caduta nel silenzio dello studio.
Una parola sola.
Pesante come una sentenza della Cassazione, ma pronunciata con quel distacco intellettuale, tipico dei salotti buoni, che ferisce molto più di un urlo sguaiato da osteria.
“Croce Rossina”. ⛑️
Avete sentito bene?
Fermatevi un istante e lasciate che questo concetto vi entri nella testa.
La donna più potente d’Italia.
La Premier che stringe la mano a Biden, che tratta con Von der Leyen, che tiene testa ai vertici G7…
Ridotta, in una frazione di secondo, a una figurina sanitaria di un secolo fa.
Ridotta a una comparsa in un film muto sulla Grande Guerra.
Ma attenzione.
Non fatevi ingannare dalla superficie.
Perché dietro questo epiteto apparentemente innocuo, quasi tenero verrebbe da dire, si nasconde una strategia brutale.
Un meccanismo perverso, oliato alla perfezione, che stiamo per scoperchiare minuto per minuto, come se stessimo aprendo la scatola nera di un disastro aereo.
Quello che state per leggere vi costringerà a riscrivere tutto ciò che pensavate di sapere sulla narrazione mediatica di questi giorni.
Siete pronti a scendere nella tana del bianconiglio?
Tutto ha inizio in un crescendo rossiniano – e perdonatemi il gioco di parole – di insulti che sembrano usciti da un manuale di demonologia medievale piuttosto che da un dibattito democratico del 2024.
Facciamo un passo indietro. ⏪
Torniamo a sole 48 ore prima.
La scena del crimine è la stessa, le poltrone sono le stesse, e scottano come braci ardenti.
Corrado Augias, il grande vecchio del giornalismo colto, aveva lanciato il primo sasso.
Un sasso pesante, definitivo, scagliato con la mano ferma di chi non ha più nulla da perdere.
“Demonietta”. 😈
Giorgia Meloni non era più un avversario politico con cui discutere di tasse o immigrazione.
Era diventata un’entità soprannaturale.
Piccola. Maligna. Da esorcizzare con l’acqua santa della cultura progressista.
Ma la “demonietta” non è bastata.
Non ha saziato la fame di delegittimazione che pervade i corridoi di La7 come una nebbia tossica.
Il pubblico voleva sangue fresco.
Serviva qualcosa di più sottile.
Qualcosa di più viscido, che si insinuasse sotto la pelle come un parassita.
Ed è qui, in questo vuoto pneumatico di argomentazioni reali, che entra in scena Michele Serra.
Non un ospite a caso pescato dall’elenco telefonico.
No, lui è il cecchino scelto. 🎯
L’uomo chiamato da Formigli per portare a termine l’operazione “terra bruciata”.
Formigli sa perfettamente chi invitare.
Non cerca il contraddittorio, non gli interessa il dibattito plurale.
Cerca la conferma, il complice, il sodale che possa dare il colpo di grazia con il sorriso sulle labbra e la citazione letteraria in tasca.
E Serra?
Beh, Serra non ha deluso le aspettative dei produttori che, dietro le quinte, si sfregavano le mani guardando i dati dello share impennarsi.
La scena diventa surreale in pochi secondi.
Si parla di destra, si parla di governo, temi seri, noiosi forse.
Ma improvvisamente il discorso scivola su un piano inclinato pericolosissimo, unto di cattiveria.
Michele Serra decide di giocare la carta del confronto impossibile.
Mette sulla bilancia della politica italiana due pesi massimi del caos mediatico.
Da una parte Matteo Salvini, il Capitano in cerca di riscatto.
Dall’altra il Generale Roberto Vannacci, l’uomo che ha trasformato il pensiero politicamente scorretto in un best-seller da milioni di euro.
Li descrive come due giganti della provocazione.
Due attori che recitano lo stesso copione, contendendosi lo stesso pubblico urlante e arrabbiato.
Come se fossero Claudio Villa e Albano su un palcoscenico di Sanremo degli anni ’80, destinati a litigare per l’applauso più forte della platea. 🎤
E in mezzo?
In mezzo a questi due presunti titani del testosterone politico, dove colloca la Premier?
La risposta è arrivata gelida, tagliando l’aria come una lama di ghiaccio.
“Al loro confronto Giorgia Meloni sembra quasi una Croce Rossina”.
Eccolo il veleno. ☠️
Distillato goccia a goccia in un calice di cristallo.
Non è un complimento, toglietevelo dalla testa.
È il tentativo supremo di annullamento della leadership femminile.
Definendola “Croce Rossina”, Serra non la sta elevando a portatrice di cure.
La sta spogliando della sua armatura politica.
La sta riducendo a un elemento di contorno, decorativo, quasi materno nel senso più limitante del termine.
Una figura che assiste impotente, con le garze in mano, mentre gli “uomini veri”, i maschi alfa della destra, fanno la voce grossa parlando di remigrazione, confini e armi.
Ma c’è un dettaglio che rende questa narrazione ancora più inquietante.
Un sottotesto che molti hanno ignorato, distratti dalla pubblicità, ma che qui dobbiamo urlare perché è la chiave di volta di tutto l’impianto accusatorio.
Serra aggiunge una chiosa che fa tremare i polsi per il suo sessismo latente.
Un sessismo mascherato da analisi sociologica raffinata (il peggior tipo di sessismo, se chiedete a me).
“Forse in virtù del fatto che è una donna”.
La frase rimane sospesa nell’aria viziata dello studio, come un cattivo odore che nessuno vuole ammettere di sentire.
Se fosse stato un uomo, sarebbe stato definito un “Croce Rossino”?
Ovviamente no.
L’attacco è di genere.
È mirato. È chirurgico.
La Premier viene dipinta mentalmente con il grembiule bianco inamidato e la Croce Rossa cucita sul petto.
Il cappellino della Prima Guerra Mondiale calcato in testa.
Mentre si aggira spaurita tra le trincee fangose scavate da Salvini e Vannacci.
È un’immagine potente e ridicola allo stesso tempo.
Costruita a tavolino per sminuire.
Per dire al pubblico: “Guardate, la sua negatività scompare di fronte alla mostruosità degli altri due”.
È il gioco delle tre carte. 🃏
Per far sembrare mostruosi gli alleati, si è costretti a rendere quasi umana, quasi pietosa, la figura che fino a ieri si chiamava “demonietta”.
La coerenza è morta quella sera.
Sepolta sotto metri di retorica televisiva e applausi a comando.
Eppure, tenetevi forte, perché il vero orrore narrativo deve ancora arrivare.
Perché la mente di questi intellettuali, quando si sgancia dalla realtà fattuale, produce incubi degni di una sceneggiatura di Hollywood sotto acidi.
Preparatevi.
La metafora che viene usata per descrivere la posizione politica della Meloni non appartiene alla cronaca parlamentare.
Appartiene al cinema dell’orrore puro. 🎬
Si evoca “il richiamo della foresta”.
Ma quale foresta?
Non la foresta vergine e selvatica di Jack London, nobile e fiera.

Qui si parla della foresta oscura del sovranismo estremo.
Secondo questa visione allucinata, la Meloni, che oggi cerca disperatamente di posizionarsi come leader conservatrice di centro, sente delle voci.
Voci antiche.
Voci profonde che risalgono dalle viscere della terra.
È come se fosse posseduta da un istinto primordiale che la trascina via dai palazzi istituzionali di Bruxelles, via dai cocktail party della NATO.
Per riportarla lì.
Nel fango della lotta identitaria.
Visualizzate la scena, perché è questo che vogliono farvi vedere.
Vogliono entrare nel vostro subconscio.
Il corridoio è lungo, deserto.
La moquette ha quei motivi geometrici ipnotici arancioni e marroni.
Le pareti sembrano trasudare sangue e storia passata.
Siamo all’Overlook Hotel.
Siamo dentro Shining di Stanley Kubrick. 🏨
E in fondo a quel corridoio infinito non ci sono due bambine innocenti con i vestitini azzurri.
Ci sono loro.
Matteo Salvini e Roberto Vannacci.
Si tengono per la mano.
Indossano metaforicamente i vestitini delle gemelle Grady.
Fissano la Premier con occhi vitrei, privi di anima, e le sussurrano all’unisono con una voce che gela il sangue nelle vene:
“Vieni a giocare con noi, Giorgia… per sempre… per sempre… per sempre”.
E lei?
Secondo la narrazione distorta di Serra e dei suoi simili, lei non è l’eroina che combatte i mostri con l’ascia in mano.
Lei è la vittima che scappa sul triciclo. 🚲
La vedete?
La Meloni vestita da Croce Rossina che pedala furiosamente sul triciclo di Danny Torrance.
Le ruote che fanno quel rumore alternato… vrooom sul pavimento, shhh sul tappeto.
Cerca di scappare al richiamo mortale del sovranismo che la vuole inghiottire e riportare alle origini.
Scappa, gira l’angolo con il cuore in gola.
Ma si trova davanti la porta chiusa della stanza 237.
E sulla porta non c’è un numero.
C’è scritto a lettere di fuoco: LEGA – VANNACCI.
Sembra follia?
Sembra un delirio febbrile di uno sceneggiatore in crisi di astinenza?
Forse.
Ma è esattamente il quadro che viene dipinto in prima serata su una rete nazionale.
Formigli sorride compiaciuto di questa rappresentazione grottesca.
Si divertono, eccome se si divertono.
Godono a immaginarla così: divisa a metà, lacerata, schizofrenica.
Una donna che vorrebbe fare la moderata, la statista, ma che appena sente l’odore del sangue politico non resiste.
Le narici fremono.
Gli occhi si dilatano.
E torna nella foresta a ululare con il branco dei lupi sovranisti. 🐺
È una narrazione che serve a uno scopo preciso, non è casuale.
Serve a dire che lei non è padrona del suo destino.
Che è succube.
Che è guidata da istinti che non controlla.
Che alla fine, gratta gratta la superficie istituzionale, sotto la giacca firmata da Premier c’è sempre la militante della Garbatella che urlava nelle piazze.
Pronta a farsi trascinare nell’abisso dai suoi “fratelli” più estremisti.
Il sorriso di Formigli, mentre ascolta queste teorie, è la firma d’autore su un’operazione di smantellamento psicologico.
Ma se pensate che il fondo sia stato toccato con la metafora horror, vi sbagliate di grosso.
Allacciatevi le cinture, perché stiamo per entrare in una zona di turbolenza ancora più forte.
Proprio quando il livello del dibattito sembrava non poter scendere oltre nel surreale…
Ecco che arriva il colpo di scena geopolitico.
Quello che fa cadere le maschere definitivamente. 🎭
Entra in gioco Gad Lerner.
Un altro veterano di queste battaglie mediatiche, ospite a Otto e Mezzo, ma parte integrante dello stesso flusso narrativo.
E qui il tono cambia drasticamente.
Non si ride più.
Non ci sono tricicli, non ci sono infermiere sexy o gemelline spaventose.
C’è il terrore puro.
Quello freddo, razionale, analitico.
Lerner sposta l’obiettivo oltre l’oceano, puntandolo dritto sulla Casa Bianca e sul nuovo, inquietante legame tra Giorgia Meloni e Donald Trump. 🇺🇸
Fino a ieri, la narrazione di sinistra ci raccontava una favola rassicurante, quasi una ninna nanna per i loro elettori.
“La Meloni si piegherà ai democratici”.
“La Meloni sarà una vassalla dell’establishment”.
“Sarà una serva sciocca dell’impero americano, obbedirà agli ordini di Washington con la testa bassa”.
Lerner entra in studio e distrugge questa illusione con una mazza da baseball.
Lo fa con una frase che pesa come piombo fuso colato nelle orecchie dei progressisti.
“Io non vedo vassallaggio”.
Fermi tutti. ✋
Riavvolgete il nastro.
Un intellettuale di sinistra che nega la sottomissione della Meloni agli USA?
Sì.
Ma non lo fa per farle un complimento.
Lo fa per affermare qualcosa di molto più spaventoso per il loro mondo.
Lerner sostiene che non c’è sottomissione perché c’è una “forte affinità culturale”.
Capite la portata devastante di questa affermazione?
Non è obbedienza.
È identità.

Secondo questa analisi, Meloni e Trump sono due facce della stessa medaglia d’oro massiccio.
Una medaglia forgiata nel fuoco di un’idea di nazione che credevamo sepolta da cento anni sotto le macerie della storia.
Lerner parla di radici comuni.
Parla di un nazionalismo etnico, tradizionalista, suprematista.
Non sono padrone e schiavo.
Sono fratelli.
Fratelli di sangue politico, separati solo dall’oceano ma uniti dallo stesso destino. 🤝
Questa è la vera notizia che emerge dal fango delle metafore da avanspettacolo.
Mentre Serra gioca con le bambole e i tricicli per intrattenere il pubblico pagante…
Lerner lancia l’allarme rosso, quello vero. 🚨
Trump sta mantenendo le promesse.
Quelle promesse che l’élite intellettuale, cento anni fa come oggi, pensava sarebbero rimaste solo inchiostro su carta, slogan per bifolchi.
Pensavano che il “Sistema” avrebbe retto.
Che le istituzioni avrebbero imbrigliato la bestia arancione.
E invece no.
Trump va avanti come un treno merci senza freni, travolgendo tutto.
E secondo Lerner, la Meloni è seduta nella locomotiva accanto a lui.
Non come passeggera spaventata.
Ma come copilota spirituale, con la mano sulla leva dell’acceleratore.
Si sentono fratelli in una crociata contro il mondo moderno, contro il globalismo, contro il “politicamente corretto”.
Ecco perché l’insulto “Croce Rossina” è così patetico e allo stesso tempo così rivelatore della debolezza dei suoi accusatori.
È un tentativo disperato di ridicolizzare ciò che non si riesce a combattere sul piano politico.
Cercano di trasformarla in una macchietta, in un’infermiera spaurita che corre via dai mostri.
Perché?
Perché ammettere la realtà fa troppa paura. 😱
E la realtà, quella che emerge prepotente se si toglie il velo della propaganda di La7, è ben diversa.
Non siamo di fronte a una donna che scappa sul triciclo dai gemelli di Shining.
Siamo di fronte a una leader che ha scelto il suo campo di battaglia con estrema lucidità.
Che ha trovato i suoi alleati globali.
E che, secondo i suoi stessi detrattori più lucidi e terrorizzati, condivide con l’uomo più potente del mondo una visione che potrebbe cambiare l’Occidente per i prossimi decenni.
Hanno provato a chiamarla “demonietta”, pensando di esorcizzarla.
Ed è cresciuta nei sondaggi.
Hanno provato a chiamarla “Croce Rossina”, pensando di sminuirla.
E lei ha continuato a tessere la sua tela internazionale, stringendo patti che fanno tremare Bruxelles.
Hanno riso delle sue origini popolari.
E ora tremano per le sue alleanze imperiali.
Il teatro di PiazzaPulita, con i suoi ospiti selezionati, le luci soffuse e le risatine di sottofondo…
Non è altro che l’orchestra del Titanic. 🎻
Suonano divinamente, per carità.
Violini accordati, smoking impeccabili.
Suonano mentre la nave della vecchia politica, quella delle metafore colte e dei salotti esclusivi, affonda inesorabilmente nelle acque gelide della nuova era.
Continuano a suonare.
Continuano a insultare.
Continuano a evocare film horror anni ’80.
Non accorgendosi che il vero film, quello reale, sta scorrendo fuori dai loro studi televisivi insonorizzati.
E in quel film, signori miei, la “Croce Rossina” non porta bende e cerotti per curare i feriti.
Porta un nuovo ordine politico che loro non avevano previsto.
E che ora, nel panico totale, mentre l’acqua sale alle caviglie, non sanno assolutamente come fermare.
Il sipario è strappato.
La commedia è finita.
Resta solo la cruda, durissima realtà.
E voi, da che parte del teleschermo state guardando la fine del vecchio mondo?
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