C’è un suono preciso che fa il cristallo quando si incrina. Un “crack” secco, improvviso, che gela il sangue nelle vene di chi sta guardando. 🧊
È esattamente quello che abbiamo sentito tutti. Non nelle nostre orecchie, ma nella nostra coscienza politica.
L’episodio che ha visto Alessandro Sallusti, direttore dal sangue freddo e dalla penna avvelenata, contrapporsi pubblicamente all’autorità suprema di Sergio Mattarella, non è stato un semplice incidente di percorso. Non è stata una scaramuccia televisiva da dimenticare al cambio canale.
No. È stato il momento esatto in cui il velo si è squarciato.
Siamo abituati a vedere la politica come un teatro di marionette, dove i ruoli sono assegnati e le battute scritte da decenni. C’è il politico che promette, l’opposizione che urla, e poi c’è Lui. Il Presidente. L’arbitro. Il Nonno della Nazione. Colui che sta sopra le nuvole, avvolto in un’aura di santità laica che nessuno, per patto non scritto, deve mai osare scalfire. 🏛️
Ma cosa succede quando qualcuno decide che il copione è sbagliato?

Cosa succede quando un uomo, seduto sotto le luci impietose di uno studio televisivo, guarda in camera e pronuncia l’impronunciabile?
“Non decide lei la verità”. 🔥
Cinque parole. Solo cinque. Ma pesano come piombo fuso colato nelle fondamenta della Repubblica.
Quella frase non è un insulto. Non è una parolaccia. È qualcosa di molto peggio per il Sistema: è una contestazione teologica.
Perché in Italia, il Quirinale non è solo un palazzo. È un tempio. E chi vi abita non è solo un funzionario: è il custode di un dogma.
Sallusti non ha attaccato la persona. Ha attaccato il dogma. Ha preso un martello e ha colpito il piedistallo su cui abbiamo costruito la nostra fragile pace sociale. E il rumore dell’impatto sta ancora rimbombando nei corridoi deserti dei palazzi romani, facendo tremare quadri, stucchi e coscienze.
Immaginate la scena.
Gli studi televisivi sono luoghi strani. Fa freddo per l’aria condizionata, ma si suda per la tensione. Le luci sono così forti che ti entrano nel cervello.
Quando Sallusti pronuncia quella frase, il tempo si ferma.
Possiamo immaginare i registi in regia che trattengono il respiro. I telefoni dei funzionari del Quirinale che iniziano a vibrare all’unisono, come uno sciame sismico. “L’ha detto davvero? Ha osato spingersi fin lì?”. 😱
Sì, l’ha fatto.
E non è stata una provocazione fine a sé stessa. È stata una mossa di judo mentale. Un passaggio emblematico di un clima tossico, pesante, in cui il rapporto tra potere istituzionale, informazione e libertà di pensiero appare sempre più fragile. Come un filo di nylon teso al massimo, pronto a spezzarsi e frustare chiunque sia troppo vicino.
La frase “Non decide lei la verità” non va letta come uno scontro tra due uomini. Sarebbe riduttivo. Sarebbe banale.
È una presa di posizione netta, brutale, su un principio che in teoria dovrebbe essere scontato in una democrazia occidentale, ma che nella pratica italiana sembra essere diventato un’eresia da bruciare in piazza.
In Italia il Presidente della Repubblica occupa una posizione ibrida, strana, quasi mistica. Non è un semplice Capo dello Stato con funzioni notarili, come in Germania. E non è nemmeno un capo dell’esecutivo, come in Francia o negli USA.
È una figura che nel tempo, complice la debolezza cronica della nostra politica, ha assunto un ruolo di guida morale. Di oracolo. Di Sommo Sacerdote. 🙏
Ogni suo intervento pubblico viene accolto non con attenzione, ma con deferenza assoluta. I giornalisti prendono appunti in ginocchio. I politici applaudono prima ancora che finisca la frase.
Le sue parole non vengono semplicemente ascoltate. Vengono interpretate come tavole della legge. Vengono usate come cornici d’acciaio entro cui, e solo entro cui, è permesso discutere.
Se il Presidente dice che il cielo è verde, il dibattito pubblico si sposta su quale tonalità di verde sia la migliore. Nessuno osa dire: “Scusi, Presidente, ma io vedo il blu”.
Ed è proprio questo meccanismo perverso che rende esplosiva, quasi nucleare, qualsiasi forma di contestazione. ☢️
Quando Sallusti afferma che la verità non è decisa dal Presidente, non sta negando l’autorevolezza della carica. Non sta dicendo che Mattarella è un incompetente.
Sta facendo qualcosa di molto più sottile e molto più pericoloso per l’establishment: sta contestando l’idea che l’autorevolezza possa trasformarsi in una patente di infallibilità.
Sta dicendo: “Ti rispetto, ma non ti venero”.
È una distinzione sottile ma cruciale. Perché una cosa è riconoscere il ruolo delle istituzioni, un’altra, ben diversa, è accettare che le loro affermazioni diventino intoccabili, sacre, incriticabili.
In una democrazia matura, il rispetto non dovrebbe mai coincidere con il silenzio obbligato. Il rispetto è guardarsi negli occhi e dirsi: “Non sono d’accordo”.
La reazione che ha seguito quelle parole è stata rivelatrice. È stata la vera notizia.
Avete visto i telegiornali? Avete letto gli editoriali dei “grandi giornali”?
Più che discutere il contenuto del messaggio, molti hanno scelto di concentrarsi sul tono. Sulla forma. Sull’opportunità. “Che sgarbo!”, “Che modi!”, “Che lesa maestà!”.
Hanno guardato il dito per non guardare la luna che stava crollando. 🌙
Negli ultimi anni si è consolidata una tendenza preoccupante, strisciante come un gas inodore. Alcune opinioni vengono percepite come più legittime di altre, non per la forza degli argomenti, ma per la posizione di chi le esprime.
C’è una gerarchia della verità. Se lo dice il Professore, il Tecnico, il Presidente, è Verità. Se lo dice il politico eletto o il giornalista “scomodo”, è propaganda.
Questo vale soprattutto quando a parlare sono istituzioni considerate super partes. Ma siamo sicuri che esistano ancora parti davvero “super”?
Il rischio, concreto e tangibile, è quello di trasformare il dibattito pubblico in un esercizio di conferma, una messa cantata dove il dissenso viene visto come una forma di disturbo psichiatrico piuttosto che come una risorsa democratica.
Sallusti, con il suo stile diretto, spesso ruvido, quasi fastidioso per i palati fini dei salotti romani, ha scelto di rompere questa dinamica. Ha scelto di fare il guastafeste.
Non lo ha fatto con un’argomentazione accademica. Non ha scritto un trattato di diritto costituzionale. Non ha usato il linguaggio felpato e ipocrita del “politicamente corretto”.
No. Ha usato una frase secca. Una rasoiata. 🔪
“Non decide lei la verità”.

Ed è proprio questa brutalità che ha messo a nudo il nervo scoperto. Perché dietro l’indignazione di facciata per i modi, si nasconde la difficoltà ad accettare il principio che nessuno, nemmeno l’inquilino del colle più alto di Roma, possa essere considerato l’arbitro ultimo della realtà.
La verità, in una società libera, è sempre plurale. È sporca. È provvisoria. È contestabile.
È il risultato di un confronto continuo, a volte violento, tra punti di vista diversi. Non scende dall’alto come la manna dal cielo. Sale dal basso, dal fango della discussione.
Quando una figura istituzionale interviene su temi controversi – e Mattarella lo ha fatto, eccome se lo ha fatto – inevitabilmente scende nell’arena. Entra in questo spazio di confronto. Si sporca le mani.
Pretendere che le sue parole siano sottratte alla critica significa snaturare il ruolo stesso dell’istituzione. Significa trasformarla da arbitro imparziale a giocatore che non può essere espulso.
Significa trasformare il Presidente da garante delle regole a soggetto attivo nella definizione del “Pensiero Legittimo”. E questo, signori miei, fa paura.
Il giornalismo, in questo quadro, ha una responsabilità enorme. O dovrebbe averla.
Il suo compito non è fare da scendiletto al potere. Non è proteggere le istituzioni dal dissenso. Il suo compito è garantire che il dissenso possa esprimersi, anche quando è sgradevole. Soprattutto quando è sgradevole.
Sallusti incarna una visione del giornalismo che molti trovano scomoda proprio per questo. Perché non accetta gerarchie morali predefinite. Perché non distingue tra voci autorizzate e voci sospette.
È una visione che espone a critiche feroci, certo. Ma che rivendica un principio essenziale: il diritto di porre domande anche a chi sta seduto sul trono più alto.
Si è parlato di “umiliazione” del Presidente.
Ma per favore. Siamo seri.
Parlare di umiliazione è una semplificazione ridicola che serve più a chiudere il dibattito che ad aprirlo. L’umiliazione presuppone l’intenzione di sminuire, di ridicolizzare la persona.
Qui non c’è nessuna presa in giro. Qui siamo di fronte a un confronto durissimo sul piano delle idee. Un braccio di ferro politico e filosofico. 💪
Un confronto che mette in discussione non Sergio Mattarella come uomo (di cui nessuno discute la galanteria), ma il modo in cui il suo ruolo viene percepito e utilizzato nel discorso pubblico come una clava per zittire gli avversari.
C’è un elemento culturale profondo che emerge da questa vicenda, qualcosa che va oltre la politica e tocca la nostra psicologia collettiva.
Viviamo in una fase storica in cui il bisogno di certezze è altissimo. Il mondo là fuori è un casino: guerre, crisi economiche, pandemie, intelligenza artificiale. Abbiamo paura. 😨
In un mondo instabile, le figure istituzionali diventano ancore. Punti fermi. Fari nella notte.
Ma proprio per questo, c’è il rischio letale di attribuire loro un potere simbolico eccessivo. Di trasformarle in fonti di Verità Assoluta per non dover pensare con la nostra testa.
Sallusti, contestando questo schema rassicurante, ha toccato una paura diffusa: quella che senza un’autorità indiscussa, il caos prenda il sopravvento. Ha tolto la coperta di Linus all’opinione pubblica italiana.
Eppure la democrazia è per sua natura disordinata. Rumorosa. Caotica.
Vive di conflitto, di divergenze, di attriti. Tentare di sterilizzare questo conflitto in nome della stabilità, o del “rispetto istituzionale”, significa svuotare la democrazia della sua sostanza vitale. Significa trasformarla in un guscio vuoto.
La stabilità senza confronto è immobilismo. È morte cerebrale del Paese. E l’immobilismo, nel lungo periodo, è molto più pericoloso di qualsiasi polemica televisiva.
Il caso Sallusti-Mattarella è quindi solo la punta dell’iceberg. Sotto c’è una massa enorme di non detti, di rancori, di questioni irrisolte. 🗻
Sotto c’è una domanda che nessuno ha il coraggio di fare ad alta voce: fino a che punto le istituzioni possono orientare il discorso pubblico senza soffocarlo?
E fino a che punto il giornalismo italiano è disposto a esercitare davvero il suo ruolo critico, a costo di perdere inviti alle cene di gala, a costo di essere isolato, a costo di scontrarsi con figure considerate intocabili?
Chi ha reagito con sdegno a quella frase spesso lo ha fatto in nome del rispetto.

Ma il rispetto autentico, quello vero, quello da uomini liberi, non consiste nell’assenza di critica. Quella è servilismo.
Il rispetto consiste nel riconoscere l’altro come interlocutore. Come un pari dignitario nel ring delle idee. Non come un’autorità infallibile a cui baciare l’anello.
Rispettare le istituzioni significa prenderle sul serio. E prenderle sul serio significa anche dirgli: “Ti sbagli”.
Sallusti ha scelto una strada rischiosa. Dannatamente rischiosa. 🚧
Esporsi contro il consenso istituzionale, in Italia, comporta sempre un prezzo. Si chiudono porte. Si perdono amici. Si diventa bersagli mobili.
Ma è proprio questa scelta suicida a rendere l’episodio significativo. Non per stabilire chi abbia ragione (la storia giudicherà), ma per ricordare una cosa fondamentale che stavamo dimenticando.
La verità non è una concessione che arriva dall’alto, firmata con ceralacca. 🕯️📜
È un processo. È fatica. È scontro. Nasce dal basso, dalle piazze, dalle redazioni, dai bar, dal dissenso gridato in faccia al potere.
In un clima in cui sempre più spesso si invocano limiti, confini, linee rosse, censure preventive nel nome della “responsabilità nazionale”, riaffermare il diritto di contestare anche le voci più autorevoli diventa un atto politico nel senso più profondo e nobile del termine.
Non perché distrugge le istituzioni. Ma perché ne riafferma il ruolo corretto: garanti delle regole del gioco, non custodi del pensiero unico.
Ci sono voci di corridoio, sussurri cattivi nei palazzi romani. Si dice che questa uscita di Sallusti non sia isolata. Si dice che sia l’avvisaglia di uno scontro più ampio che si sta preparando dietro le quinte tra il governo e il colle.
Si mormora di dossier, di fastidi reciproci, di una tolleranza che è arrivata al capolinea. Forse Sallusti è stato solo il primo a sparare, il cecchino mandato in avanscoperta per saggiare la reazione del nemico. O forse è solo un cane sciolto che ha deciso di abbaiare alla luna.
Chi lo sa.
Ma alla fine, ciò che resta di questa vicenda non è una frase isolata che svanirà tra due giorni. È una domanda che continua a risuonare nella testa di chi ha orecchie per intendere.
Vogliamo una società in cui la verità viene suggerita dall’alto, impacchettata e pronta all’uso? O vogliamo una società in cui la verità, anche sgradevole, nasce dal confronto libero e brutale?
La risposta a questa domanda dice molto più di qualsiasi polemica momentanea. Riguarda tutti noi. Riguarda il nostro futuro. Non solo chi era in quello studio, sotto quelle luci fredde, quel giorno in cui il cristallo si è rotto.
E ora, mentre il polverone si alza, la vera domanda è: chi sarà il prossimo a osare? E soprattutto, il Palazzo… come risponderà la prossima volta? Con il silenzio o con la forza? 👀🎬
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