Il sipario si alza, ma non siamo a teatro.
Siamo negli studi di La7, dove la polvere dei riflettori si mescola all’odore di naftalina dei soliti noti.
Avete presente quel ronzio fastidioso, elettrico, che sentite un attimo prima di un disastro?
È il suono della sinistra mediatica che si prepara all’ennesimo suicidio assistito in diretta nazionale.
Giovanni Floris, il gran cerimoniere del nulla, si sistema la cravatta con un gesto nervoso.
Sembra un direttore d’orchestra che ha perso lo spartito cinque minuti prima del concerto, ma deve convincere il pubblico pagante che il rumore dei piatti rotti sia in realtà una sinfonia d’avanguardia di Beethoven. 🎻
Al centro della scena, però, c’è il vuoto.
La sedia di Giorgia Meloni è deserta. Ed è proprio qui, in questa assenza fisica, che inizia il capolavoro tattico di una donna che gioca a scacchi tridimensionali mentre gli altri giocano a rubabandiera nel cortile dell’asilo.
Vi siete mai chiesti come si possa vincere una guerra senza nemmeno presentarsi sul campo di battaglia?
La risposta è semplice, ma brutale: si chiama superiorità strategica.
Mentre a Palazzo Chigi si firmano decreti che muovono milioni di euro di investimenti in asset management, difesa e infrastrutture critiche…
A DiMartedì si mettono in scena i fantasmi del passato. 👻

Entra Pier Ferdinando Casini. Guardatelo bene. È il reperto archeologico più prezioso e meglio conservato della Prima Repubblica.
Un uomo che ha visto passare più governi che stagioni. Un sopravvissuto politico che ha trasformato la coerenza in un optional di lusso, da montare solo quando serve.
Casini siede sulla sua poltrona con la grazia di un sovrano in esilio.
Pronto a dare lezioni di moralità a chi, a differenza sua, ha preso i voti veri per governare davvero un Paese del G7.
È la farsa del potere che critica il potere, pagata con il canone dei contribuenti e con la pubblicità delle aziende che sperano di non essere tassate.
Accanto a lui Antonio Padellaro, il custode della verità rivelata secondo il rito sacro del Fatto Quotidiano.
Padellaro ha quell’aria di chi ha appena scoperto un complotto mondiale nella lista della spesa del supermercato.
La sua penna è intinta nel fiele, come sempre. Ma oggi sembra spuntata.
Perché vedete, la satira del potere richiede intelligenza e velocità. Ma qui siamo fermi al risentimento stantio.
Il tema della serata è il “Pacchetto Sicurezza”. 🔒
Una trappola perfetta, costruita dalla Meloni per far uscire allo scoperto i burattini senza fili dell’opposizione.
Il governo vuole ordine. Vuole che chi occupa le vostre case o blocca le vostre strade finisca dove deve finire.
Ma per il “salotto buono” questo è Stato di Polizia. È fascismo. È teatro puro.
È la recita di chi vive in attici blindati in centro storico e si preoccupa del diritto di manifestare di chi vi impedisce di andare a lavorare in periferia.
Ma quanto vale, in termini di bilancio reale, questa indignazione da prima serata?
Mentre Casini tuona che “la situazione è mai così drammatica” con voce impostata…
I mercati finanziari sbadigliano. Lo spread è fermo, immobile come una sfinge.
Gli investitori internazionali, quelli che muovono i capitali veri, quelli del private equity che contano i miliardi, non guardano La7.
Guardano i numeri. 📊
E i numeri dicono che l’occupazione tiene. E che il piano fiscale del governo è più solido delle poltrone su cui siedono questi signori a pontificare.
Ma la narrazione deve continuare. The show must go on.
Il copione prevede che si parli di Donald Trump.
Perché se non sai come attaccare la Meloni in Italia, devi per forza inventarti che è la gemella segreta del “mostro” di Mar-a-Lago.
È il gioco delle ombre cinesi.
Si proietta l’immagine di un dazio americano spaventoso per nascondere l’incapacità totale di proporre una sola idea economica alternativa.
Avete notato come Padellaro eviti accuratamente di parlare dei 200 milioni di euro recuperati dalla lotta all’evasione contributiva?
Preferisce parlare della Groenlandia. ❄️
Sì, avete capito bene. In uno studio televisivo italiano, nel cuore di una crisi geopolitica europea, si perde tempo a discutere se Trump comprerà o meno un pezzo di ghiaccio.
È l’ultimo atto di una farsa che non fa più ridere nessuno.
È il cinismo machiavellico di chi sa di aver perso la partita e cerca disperatamente di rovesciare il tavolo per annullare il gioco.
Ma la Meloni, da vera giocatrice glaciale, non cade nel tranello.
Resta nel suo ufficio a lavorare. Lascia che si logorino tra di loro.
Lascia che Casini, l’uomo che ha cambiato più casacche di un magazziniere dell’Inter, parli di “coerenza istituzionale” senza arrossire.
È una stand-up comedy involontaria che farebbe invidia ai migliori club di Londra. Se non fosse che qui si parla del futuro del nostro Paese.
La strategia della “grande assente” è chirurgica. 🏥
Ogni minuto di silenzio della Meloni vale 10 punti di share per Floris nel breve periodo.
Ma toglie 10 punti di credibilità ai suoi avversari nel lungo periodo.
Perché più parlano, più urlano, più mostrano il loro distacco siderale dalla realtà.
Mentre Casini si sposta sulla poltrona cercando una posa da statista consumato…
Il micro-dramma umano si consuma fuori dallo studio, nelle case degli italiani.
Immaginate la scena. Un piccolo imprenditore brianzolo che sta lottando con i costi della cybersecurity per proteggere la sua azienda dagli hacker russi.
Accende la TV e sente parlare di “deriva autoritaria” perché il governo vuole punire chi aggredisce i poliziotti.
È un cortocircuito mentale. 🧠⚡
È il lusso dell’intellettuale sazio che si scontra con il bisogno di sicurezza di chi produce il PIL.
E i soldi… Ah, i soldi non dormono mai, diceva Gordon Gekko.
In questo studio si parla di ideologia, di massimi sistemi.
Ma dietro le quinte si contano i capelli persi per lo stress da chi deve gestire un bilancio statale senza i “regali” a deficit del passato.
La sinistra parla di diritti civili astratti.
Ma dimentica il diritto principale: quello di non vedere i propri soldi bruciati in bonus inutili o in trasmissioni che sembrano sedute spiritiche per evocare il fantasma del fascismo.
La verità è che il sistema ha paura. Una paura fottuta.
Ha paura di una gestione che non passa dai loro salotti esclusivi.

Ha paura di un potere che non chiede il permesso a Casini o la benedizione laica a Padellaro.
È la paura di chi vede il proprio regno di carta sgretolarsi sotto i colpi di una realtà che non risponde più ai loro comandi vocali.
Siete pronti a scoprire quale colpo di scena economico sta per far saltare la sedia a Giovanni Floris?
Perché vedete, c’è un dato nascosto tra le pieghe del decreto sicurezza che nessuno ha avuto il coraggio di citare.
Un dato che riguarda i flussi di capitale e la gestione delle grandi infrastrutture critiche. 🏗️
Un dato che trasforma questa presunta “repressione” in una gigantesca operazione di protezione degli asset nazionali.
Ma di questo Casini non può parlare. Non deve parlare.
Perché se lo facesse, dovrebbe ammettere che il governo sta facendo esattamente quello che lui non è mai riuscito a fare in 40 anni di onorata carriera parlamentare.
Mentre il pubblico in studio applaude a comando, come automi programmati per celebrare la propria irrilevanza…
Un’ombra si allunga sul tavolo di Floris.
Non è l’ombra di un dittatore sudamericano. È l’ombra di un bilancio che non perdona.
È l’ombra di un accordo segreto che sta per essere svelato.
Un accordo che coinvolge i vertici della magistratura e i flussi finanziari verso le periferie abbandonate.
Pensavate che si parlasse solo di manganelli? Poveri illusi.
Qui si parla di chi terrà in mano le chiavi della cassaforte italiana per i prossimi 10 anni. 🔑
Volete sapere dove sono finiti davvero i milioni che Padellaro cerca disperatamente di trovare nei suoi editoriali scandalizzati?
E allora seguiamo la scia dei soldi. Follow the money.
Perché vedete, mentre Antonio Padellaro agita lo spauracchio del fascismo come un nonno che cerca di spaventare i nipoti con la storia dell’uomo nero…
La realtà economica si muove su binari molto più solidi. E molto più costosi.
Parliamo di quei famosi milioni di euro che il salotto di Floris finge di non vedere.
Il pacchetto sicurezza non è solo una questione di manette e ordine pubblico, come vorrebbero farvi credere tra un sorso di champagne e una tartina al salmone.
È prima di tutto una gigantesca operazione di protezione degli asset strategici nazionali. 🛡️
Ma questo Pier Ferdinando Casini non ve lo dirà mai.
Perché se lo facesse, dovrebbe ammettere che il potere, quello vero, si è stancato delle chiacchiere da bar e ha deciso di blindare la cassaforte.
Sapete quanto costa al minuto un blocco stradale su un’arteria logistica che collega i porti del Nord al resto d’Europa?
Milioni. Milioni di euro di merci ferme. Contratti che saltano. Penali che si accumulano.
Mentre a sinistra si celebra il diritto al dissenso di quattro scappati di casa che si incollano all’asfalto per l’ambiente…
Il bilancio dello Stato subisce emorragie che farebbero impallidire un chirurgo vascolare.
La Meloni, glaciale come un algoritmo di Wall Street, lo sa perfettamente.
Le nuove norme servono a proteggere il flusso del capitale.
A garantire che la macchina della produzione non si fermi per i capricci di chi ha scambiato la politica per un centro sociale permanente.
È cinismo? No. È gestione del patrimonio.
Ma nel teatro di Floris, parlare di protezione delle infrastrutture è meno sexy che parlare di “Stato di Polizia”.
E poi c’è il capitolo Albania. Ah, che delizia per i palati raffinati della satira machiavellica! 🇦🇱
Centinaia di milioni di euro investiti per costruire centri di detenzione oltre Adriatico.
Padellaro urla allo scandalo. Casini sospira parlando di spreco di risorse pubbliche.
Ma guardiamo la mossa sulla scacchiera con gli occhi di chi il potere lo esercita davvero.
Quei soldi non sono buttati. Sono il prezzo di un abbonamento premium alla stabilità interna.
Spostare il problema fuori dai confini non è solo una strategia migratoria.
È un’operazione di marketing politico ad alto rendimento. È dire all’elettore: “Vedi? Io agisco”.
E mentre i critici contano i centesimi del costo dei pasti dei poliziotti a Tirana…
Il governo incassa il dividendo politico della percezione di controllo.
Vi siete mai chiesti perché la sinistra preferisce contare i poliziotti in Albania piuttosto che i miliardi dello spread che non sale?
Perché i numeri della realtà sono noiosi. Mentre il melodramma della deriva autoritaria garantisce lo share in TV. 📺
Giovanni Floris orchestra il dibattito con la maestria di un burattinaio stanco.
Sa perfettamente che i suoi pupi sono ormai logori, scrostati.
Casini, con quella sua aria da “Eroe dei Due Mondi” (nel senso che è stato in entrambi i secoli di storia repubblicana senza mai perdere il vitalizio)…
Rappresenta la vecchia politica che non accetta di essere stata declassata a comparsa non parlante.
Lui parla di “situazione drammatica” perché il dramma è la sua zona di comfort.
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Senza un’emergenza, senza un pericolo democratico imminente, un uomo come Casini non avrebbe ragione di esistere in televisione.
È un parassita della crisi. Un nobile decaduto che vende i gioielli di famiglia della Costituzione per un minuto di visibilità in più.
Ma passiamo al pezzo forte della serata: l’ossessione per Donald Trump. 🇺🇸
Qui la satira diventa quasi tragica.
Vedere Padellaro che cerca di collegare i dazzi americani sulla Groenlandia alla riforma della giustizia in Italia…
È come guardare un naufrago che cerca di svuotare l’oceano con un cucchiaino bucato.
È il delirio di chi non ha più argomenti nazionali e deve per forza importare mostri dall’estero per spaventare i bambini.
Parlano di Trump per non parlare del fatto che la Meloni sta tessendo rapporti con la nuova amministrazione USA con una freddezza chirurgica.
Mentre a La7 si ride dei capelli arancioni del tycoon, a Palazzo Chigi si studiano i flussi del commercio globale.
Per capire come evitare che l’export italiano venga travolto dall’onda d’urto.
Chi è il vero dilettante?
Chi studia i dossier riservati o chi recita il monologo del fascismo globale in uno studio climatizzato?
La risposta la trovate nei bilanci delle grandi aziende italiane. Quelle che comprano gli spazi pubblicitari tra un blocco e l’altro di DiMartedì.
Loro non sono spaventate dalla deriva autoritaria. Sono spaventate dall’incompetenza.
E vedono in questo governo una gestione che finalmente parla la lingua del profitto e della stabilità.
La separazione delle carriere nella magistratura, tanto osteggiata da Padellaro…
Per un investitore internazionale è musica per le orecchie. 🎶
Significa tempi certi. Processi meno politici. Un ambiente business friendly.
Ma provate a spiegarlo a chi ha costruito una carriera sul giustizialismo mediatico.
Per loro la giustizia deve essere un’arma, non un servizio. E quando la Meloni prova a disarmarli, gridano al golpe.
L’ultimo atto della farsa va in scena quando si parla di libertà di stampa.
L’Italia scende di due posizioni in classifica: tragedia! Fine della civiltà occidentale!
Ma guardiamoci in faccia. Chi scrive queste classifiche?
Spesso sono le stesse organizzazioni finanziate da quegli stessi circoli che odiano il sovranismo come i gatti odiano l’acqua.
È un sistema di rating ideologico. Serve a tenere sotto pressione i governi non allineati.
È lo stesso meccanismo delle agenzie di rating finanziario, ma applicato alla morale.
E Floris ci sguazza. Ci mostra il dato come se fosse il verdetto inappellabile di un tribunale divino.
Ignorando che la vera mancanza di libertà in Italia è quella di un dibattito televisivo che non sia un coro a una sola voce. 🗣️
Avete notato come nessuno in studio abbia citato il piano di investimenti da 15 miliardi per la transizione energetica e la sicurezza delle reti?
Troppo complicato. Troppo tecnico. Troppo noioso.
Meglio parlare della scorta di Casini o delle mire di Trump sui ghiacciai.
I soldi, quelli veri, quelli che cambiano la faccia di un Paese, non hanno tempo per le chiacchiere di Padellaro.
Il nemico invisibile, quel “salotto buono” che muove i fili, sa che la partita si vince sui tavoli di Bruxelles e nelle sale operative delle banche d’affari.
Il programma di Floris è solo l’oppio dei popoli per la classe media intellettualoide.
Quella che ha bisogno di sentirsi dalla “parte giusta della storia” mentre il mondo corre in un’altra direzione.
È un sedativo collettivo somministrato ogni martedì sera.
La Meloni, nel frattempo, continua a non presentarsi. È la mossa del cavallo. ♞
Lascia che i dinosauri si azzannino tra di loro per un osso di share.
Lascia che Casini si senta ancora importante mentre il suo mondo svanisce nel retrovisore della Storia.
Ogni volta che Floris inquadra quella sedia vuota, non sta mostrando un’assenza. Sta mostrando una vittoria.
Sta mostrando che il potere non ha più bisogno di passare dal suo salotto per legittimarsi.
E questo è il vero dramma. L’unica vera situazione drammatica che agita i sonni dei protagonisti di questa serata.
La loro irrilevanza.
In conclusione, cari spettatori che avete superato i 60 e avete visto passare di tutto…
Non fatevi ingannare dalla recita.
Il processo del martedì è l’ultimo sussulto di un sistema che sta morendo di noia e di ipocrisia.
Mentre loro parlano di diritti calpestati, il governo blinda i conti, protegge i confini e mette in sicurezza gli asset che contano.
La sinistra conta i capelli persi per lo stress. La destra conta i voti e i milioni in bilancio.
Il sipario cala su uno studio vuoto di idee, ma pieno di presunzione.
La farsa è finita. Gli attori tornano a casa nelle loro auto blu, protetti da quelle stesse leggi che criticano davanti alle telecamere.
E la Meloni? Lei è già alla prossima mossa. Glaciale. Chirurgica. Inarrestabile.
Buonanotte Italia. E ricordate: se vedete un politico piangere in TV per la vostra libertà…
Controllatevi il portafoglio. Di solito è lì che sta puntando davvero. 💸
Sipario. Secco. Buio in sala. 👀
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“MELONI SI COMMUOVE DOPO BELPIETRO: IL CASO ZUNCHEDDU RIAPRE LA GUERRA SULLA GIUSTIZIA—GARANZIE O VENDETTA POLITICA? TRA TOGHE, GOVERNO E OPINIONE PUBBLICA, UNA STORIA DI INNOCENZA DIVENTA ARMA ELETTORALE È un frame che resta addosso: Maurizio Belpietro alza il tono, parla di Beniamino Zuncheddu e dell’ingiusta detenzione che ha sconvolto l’Italia, e Giorgia Meloni—secondo quanto riportato—si dice “molto colpita”, fino a lasciar trapelare emozione. Il tema, però, non è solo umano: è dinamite istituzionale. Perché il caso Zuncheddu diventa subito il simbolo di una battaglia più grande: riforma della giustizia, carcerazione preventiva, responsabilità, fiducia nello Stato. C’è chi vede un dovere morale di cambiare le regole; c’è chi teme una narrazione usata per mettere all’angolo la magistratura. Retroscena: secondo indiscrezioni, a quanto risulta dopo l’intervento sarebbe partita una raffica di telefonate tra staff e parlamentari per trasformare lo choc in agenda—senza prove, ma con una sensazione netta: qualcuno vuole che questa storia diventi “la prova” definitiva. Parole chiave: Meloni, Belpietro, caso Zuncheddu, giustizia, riforma.
Trentatré anni. Da innocente. Una frase che non ha bisogno di aggettivi. Che non ha bisogno di commenti. Che cade nell’aula come una pietra in un pozzo — e il rumore che fa, rimbalzando sulle pareti, è il rumore di…
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“Ci state togliendo un potere di condizionamento al quale non vogliamo rinunciare.” Una frase pronunciata da Giorgia Meloni con la calma di chi ha già vinto l’argomento prima ancora di finire la frase. Con la precisione di chi sa che…
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“L’imparzialità non è una questione inventata dalla giurisprudenza. È una questione che attiene la nostra natura.” Una frase pronunciata sotto le luci di uno studio televisivo. Con una platea che esplodeva. Con la telecamera che cercava il volto della premier…
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“Non si vota sulla Meloni. Si vota sulla giustizia.” Una frase pronunciata in uno studio che non assomiglia a nessuna sala stampa di Palazzo Chigi. Nessun podio istituzionale. Nessuna bandiera italiana sullo sfondo. Solo una telecamera fissa, due microfoni, e…
“MATONE “INARRESTABILE” CONTRO SCHLEIN: IN AULA VOLANO ACCUSE SULLA GIUSTIZIA, E DIETRO LE QUINTE SI APRE UNA GUERRA DI FIDUCIA TRA TOGHE, GOVERNO E PD—CHI DIFENDE I VALORI DELLO STATO E CHI RISCHIA DI PERDERLI? Luci fredde, microfoni accesi: Simonetta Matone alza il tiro e punta dritto su Elly Schlein. Il bersaglio è la riforma della giustizia—e soprattutto la frase-chiave che incendia tutto: “PM sotto l’esecutivo?”. Matone parla di “affermazioni gravissime” e sfida l’opposizione a indicare dove, nei testi e nelle intenzioni, starebbe questo rischio. La tensione cresce, i banchi rumoreggiano, e la Camera diventa un ring di parole. Il conflitto centrale è chiaro: sicurezza istituzionale vs allarme democratico. Secondo indiscrezioni, a quanto risulta nei corridoi si starebbe già preparando la clip “definitiva” per i social, mentre nel PD qualcuno teme un boomerang comunicativo. E c’è un dettaglio che rimbalza sottovoce—una telefonata notturna tra staff, “tenete la linea, domani si va all-in”. Parole chiave: Matone, Schlein, giustizia, PM, Parlamento.
“Elly, per favore, mi indichi qual è il punto specifico delle norme nel quale è scritta questa cosa.” Una frase pronunciata con la calma di chi ha passato quarantuno anni in magistratura. Con la precisione di chi sa che la…
“LA RUSSA NELLA BUFERA: LO SCONTRO CON LA MAGISTRATURA DIVENTA GUERRA DI NARRAZIONI SUL REFERENDUM—TRA GRATTERI, NORDIO E OPPOSIZIONI, IL QUIRINALE DELLA FIDUCIA VACILLA: CHI DIFENDE LO STATO E CHI “FA PROPAGANDA”? A Roma basta una frase per far tremare i palazzi. Ignazio La Russa finisce al centro della tempesta dopo l’ennesimo botta e risposta sulla giustizia: da un lato l’accusa che certi toni “offendano” e alzino lo scontro con la magistratura, dall’altro la replica che la destra “non è mangia-magistrati”. Intanto Nordio rilancia il tema delle riforme e la discussione si incolla al referendum sulla separazione delle carriere. L’opposizione (Pd in testa) denuncia una “scelta politica” e chiede di abbassare i toni: è qui che nasce la frattura centrale—riforma o delegittimazione? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta circolerebbero appunti riservati e una telefonata notturna tra staff per “blindare la linea” prima dell’Aula. Nulla di provato, ma il sospetto avvelena l’aria. Parole chiave: La Russa, magistratura, Nordio, Gratteri, separazione delle carriere.
Mentre lei chiudeva gli scatoloni nel suo ufficio dell’Aquila, sorvegliata da agenti armati, i portoni dorati di Palazzo Madama si aprivano per qualcun altro. Non per lei. Non per il giudice che aveva applicato la legge. Non per la magistrata…
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