Il giornalismo d’inchiesta vive di una promessa implicita: portare il pubblico dove non arrivano comunicati e conferenze stampa.
Ma quella promessa regge solo se il racconto resta ancorato a un confine fondamentale, cioè la distinzione tra ciò che è discutibile e ciò che è penalmente rilevante.
Quando un procedimento si chiude con formule come “nessun elemento di rilevanza penale” o “nulla di penalmente rilevante”, quel confine diventa improvvisamente visibile a tutti.
Ed è proprio in quel momento, quando il rumore mediatico si spegne, che si misura la qualità del metodo con cui il rumore era stato acceso.
Negli ultimi giorni, attorno a un caso collegato all’attività giornalistica di Sigfrido Ranucci, molte ricostruzioni hanno iniziato a ruotare attorno a un esito giudiziario definito, in termini generali, come privo di profili penali.
Su un punto, però, conviene essere rigorosi fin dall’inizio: un esito “non penalmente rilevante” non è una medaglia per qualcuno né una condanna per qualcun altro, ma una qualificazione giuridica dei fatti esaminati.
E proprio perché è una qualificazione giuridica, non si presta bene né alle tifoserie né alle semplificazioni da clip.

La formula “nessuna rilevanza penale” significa, in sostanza, che non sono emersi elementi sufficienti a sostenere l’esistenza di un reato perseguibile.
Questo non equivale automaticamente a dire che tutto sia stato impeccabile sul piano comunicativo, etico, professionale o politico, perché quei piani seguono regole diverse.
Significa però che la cornice implicita di illegalità, se era stata suggerita o percepita, perde il suo appiglio più forte.
Quando accade, lo spettatore si ritrova a ricalibrare la propria memoria, e spesso scopre che la memoria conserva l’insinuazione più a lungo della rettifica.
È uno dei paradossi dell’ecosistema informativo contemporaneo: l’impatto si registra in alto volume, la correzione si consuma a bassa voce.
E non è un dettaglio tecnico, perché la reputazione, una volta colpita, non torna mai esattamente come prima, anche quando sul piano penale non resta nulla in piedi.
Il cuore della discussione non dovrebbe essere “chi ha vinto” tra giornalismo e magistratura, perché non è un derby e non dovrebbe diventarlo.
Il cuore della discussione è il rapporto tra narrazione e verificabilità, tra montaggio televisivo e robustezza probatoria, tra urgenza di raccontare e dovere di non suggerire più di quanto si sappia.
Un’inchiesta può essere legittima anche quando non produce conseguenze penali, perché può mettere in luce inefficienze, opacità amministrative, conflitti di interesse non vietati, incoerenze politiche.
Allo stesso tempo, un’inchiesta raccontata come “scandalo definitivo” rischia di diventare fragile se poi il diritto penale, chiamato implicitamente in causa, non trova materia su cui lavorare.
Questa fragilità non riguarda soltanto chi firma un servizio, ma riguarda l’intero patto di fiducia con il pubblico.
Se al pubblico viene fatto intendere che “c’è un reato” e poi la conclusione istituzionale dice “non c’è”, il pubblico non resta neutro, ma si divide in due sospetti opposti.
O pensa che la giustizia non funzioni, oppure pensa che il racconto fosse gonfiato, e in entrambi i casi la fiducia si consuma.
Nel dibattito che segue questi esiti, la parola più abusata è spesso “bufala”.
È una parola comoda, perché trasforma una questione complessa in un giudizio morale immediato.
Ma, se si vuole ragionare con serietà, la dinamica più frequente non è la falsità totale, bensì la sproporzione narrativa.
La sproporzione narrativa nasce quando si selezionano dettagli veri ma marginali, li si dispone in una sequenza emotivamente potente, e si lascia che lo spettatore completi il salto logico verso la colpa.
È un meccanismo che non richiede bugie, perché lavora sul non detto, sulle pause, sulle domande insinuate, sui “si dice”, sui “secondo alcuni”, sulla musica e sull’atmosfera.
Ed è un meccanismo che, a contatto con le carte, può collassare in modo improvviso, perché il diritto penale non ragiona per suggestioni ma per fattispecie, nesso causale, elementi soggettivi, prove.
Quando le carte non reggono, non sempre significa che il giornalismo abbia sbagliato intenzione, ma può significare che il racconto ha spinto il pedale oltre la solidità del terreno.
C’è anche un’altra asimmetria che rende questi casi così tossici per la qualità del discorso pubblico.
Il clamore iniziale è quasi sempre più grande della notizia di chiusura, archiviazione o insussistenza di profili penali.
Il clamore iniziale produce titoli, dibattiti, reazioni politiche, commenti social, schieramenti.
La notizia finale spesso arriva come una riga, una nota, un “si è appreso che”, e scivola via mentre l’attenzione collettiva è già altrove.
Ma il danno reputazionale, quando c’è, resta fermo dov’era stato piazzato, perché la reputazione non si aggiorna con la stessa velocità con cui scorrono le notizie.
Per questo, in una democrazia sana, l’esito giudiziario dovrebbe essere raccontato con una proporzione almeno comparabile al racconto iniziale, non per “assolversi”, ma per completare il quadro.
Se una storia merita prime serate quando nasce, merita chiarezza equivalente quando finisce.
Attorno a figure note del giornalismo, come nel caso citato, il rischio di trasformare ogni passaggio in un regolamento di conti politico è ancora più alto.
Una parte del pubblico tende a vedere il giornalista come un “tribuno” che combatte per conto proprio, e un’altra parte tende a vederlo come un “militante” che sceglie bersagli coerenti con una linea.
Queste percezioni possono essere ingiuste o parziali, ma hanno un impatto reale su come viene interpretato ogni esito, anche quando le carte dicono solo una cosa: sul piano penale non c’è materia.
In questo clima, ogni archiviazione diventa, per alcuni, prova di complotto, e per altri prova di manipolazione.
È un circuito che si autoalimenta, e che alla fine non protegge né la giustizia né l’informazione.
Protegge soltanto la polarizzazione, che è l’unico soggetto davvero sempre in crescita.

La questione di fondo, però, non è chiedere al giornalismo di trasformarsi in un ufficio notarile.
Il giornalismo non è un tribunale, e non deve aspettare le sentenze per raccontare fatti di interesse pubblico.
Ma proprio perché non è un tribunale, deve evitare la tentazione più pericolosa: suggerire una colpevolezza penale senza la disciplina delle prove e senza le garanzie del processo.
Quando un servizio costruisce un’aspettativa di “reato” e poi l’esito è “nessuna rilevanza penale”, la domanda non è soltanto “chi ha esagerato”.
La domanda più utile è “quali segnali comunicativi hanno spinto il pubblico a credere che ci fosse un reato”.
Perché quei segnali comunicativi, se replicati in serie, spostano l’intero Paese in una zona grigia in cui il sospetto vale quanto l’accertamento.
E quando il sospetto vale quanto l’accertamento, la democrazia diventa più nervosa, non più trasparente.
Un’altra domanda, spesso evitata, riguarda la responsabilità nella correzione.
Nessuno pretende l’infallibilità, perché anche le redazioni più serie possono sbagliare una valutazione, sovrastimare un dettaglio, interpretare male un contesto.
Quello che distingue una cultura professionale solida da una fragile è la gestione dell’errore e della sproporzione.
Se il racconto iniziale è stato netto, anche la conclusione deve essere netta, e non trattata come una postilla.
Se l’impianto narrativo ha lasciato intendere un illecito penale, l’esito “non penalmente rilevante” non può essere nascosto dietro formule vaghe o rilanciato senza spiegazione.
Perché la spiegazione non serve a salvare la faccia, ma a proteggere il pubblico dall’idea che “tanto non si capirà mai nulla”.
E l’idea che “non si capirà mai nulla” è la madre di tutte le diserzioni civiche, dal voto alla denuncia, dalla partecipazione alla fiducia nelle istituzioni.
Dentro questa vicenda c’è anche un tema di alfabetizzazione giuridica che l’Italia tende a trascurare.
Molte persone confondono l’assenza di reato con l’assenza di problema, e altre persone confondono un problema con la prova di un reato.
Sono due estremi speculari, e in mezzo c’è lo spazio della responsabilità pubblica, amministrativa, politica, deontologica.
Un comportamento può essere inopportuno ma non illecito, può essere discutibile ma non punibile, può essere contestabile ma non criminale.
Se questa distinzione si perde, la politica usa il penale come clava simbolica, i media usano il penale come acceleratore narrativo, e i cittadini finiscono per pensare che la giustizia sia un palcoscenico, non una funzione.
Quando poi una formula come “nessuna rilevanza penale” chiude la porta, molti si sentono traditi non dai fatti, ma dall’aspettativa che era stata costruita.
Ecco perché, dopo il crollo del rumore, restano comunque domande sospese.
Resta la domanda su come si costruisce un racconto di inchiesta quando il materiale disponibile non sostiene l’ipotesi più grave che il pubblico potrebbe immaginare.
Resta la domanda su quale spazio venga dato alle conclusioni istituzionali rispetto allo spazio dato alle anticipazioni e alle insinuazioni.
Resta la domanda su come si ripara il danno reputazionale, quando non c’è un reato ma c’è stata una percezione di colpa.
Resta anche la domanda su come evitare che ogni esito venga usato come arma politica, perché l’informazione non dovrebbe essere il braccio emotivo di una parte, così come la giustizia non dovrebbe essere la scorciatoia morale di nessuno.
Alla fine, la formula “nessun elemento di rilevanza penale” non chiude soltanto un fascicolo.
Chiude, o dovrebbe chiudere, anche un pezzo di narrazione che aveva fatto leva sull’idea di un illecito.
Se quella narrazione viene aggiornata con trasparenza, il sistema democratico ci guadagna, perché dimostra di saper distinguere tra denuncia e sentenza, tra sospetto e prova.
Se invece la narrazione non viene aggiornata, e l’esito resta sullo sfondo, il sistema ci perde, perché insegna al pubblico che il rumore vale più della realtà.
E quando il rumore vale più della realtà, l’inchiesta perde la sua missione e diventa un genere di intrattenimento.
Il paradosso più amaro è che così si indeboliscono proprio le inchieste che meriterebbero la massima attenzione, quelle che davvero portano a responsabilità accertate e a cambiamenti concreti.
Per questo, al di là di nomi e appartenenze, la lezione più utile non è scegliere un vincitore, ma pretendere proporzione, precisione e completezza.
Perché la credibilità non si costruisce con le luci puntate, ma con il coraggio di spegnerle quando le carte dicono che non c’è nulla da illuminare sul piano penale.
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