Quell’odore metallico, freddo, che si mescola alla lacca per capelli e all’aria condizionata troppo forte di uno studio televisivo romano?
Se non l’avete mai provato, benvenuti nel 2026.
Benvenuti nel salotto di DiMartedì, dove la democrazia non muore nell’oscurità, come diceva quel vecchio motto americano, ma muore sotto la luce accecante dei riflettori, tra un applauso a comando e uno spot pubblicitario di poltrone per anziani. 🕯️👀
Signore e signori, accomodatevi. Il sipario si sta alzando su uno degli spettacoli più feroci, grotteschi e incredibilmente affascinanti della stagione politica.
Siamo a Roma. È martedì sera.
L’atmosfera nello studio di La7 non è solo tesa. È elettrica. Vibra di una frequenza bassa, quel ronzio fastidioso che precede un terremoto o la caduta di un impero.
Giovanni Floris, il padrone di casa, si aggira per lo studio con quel sorrisetto sornione di chi sa di avere tra le mani la miccia accesa.
Non gli importa chi vince o chi perde. A lui importano lo share, i contratti, il circo.
Ma stasera il circo ha un sapore diverso. C’è nell’aria la sensazione definitiva, pesante come un macigno, che la partita sia truccata.
Non truccata nel senso banale del termine, no.
È che uno dei giocatori si è seduto al tavolo con un mazzo di carte diverso, mentre l’altro sta ancora cercando di capire se si sta giocando a briscola o a scacchi.
Da una parte del ring c’è il passato. Pierluigi Bersani.
L’uomo che sussurrava alle mucche, l’ultimo samurai di una sinistra che profuma di tortellini, Feste dell’Unità e sezioni di partito con la segatura per terra.
Bersani è lì, seduto con la gravità di un senatore romano che guarda i barbari alle porte.
Stringe i braccioli della sedia come se fossero le redini di un cavallo imbizzarrito. La sua toga ideale, quella della Costituzione, è strappata, lisa, impolverata.

Lui la sventola ancora. Con passione. Con una dignità che quasi commuove.
Sembra un personaggio di un film in bianco e nero che è finito per sbaglio in una pellicola 8K girata da Michael Bay. 🔥
Dall’altra parte c’è il futuro. O meglio, il “nuovo ordine”.
Alessandro Sallusti.
Non si siede, occupa lo spazio.
Non è un uomo, è un algoritmo vivente programmato per smantellare le certezze altrui.
Glaciale. Chirurgico. Un uomo che non usa le parole come pietre, ma come bisturi laser.
Se Bersani è il calore umano, la fallibilità, il dubbio etico, Sallusti è la macchina perfetta del potere meloniano.
Non suda. Non alza la voce. Non ne ha bisogno.
Avete mai visto un predatore all’apice della catena alimentare guardare una preda ferita? Non c’è rabbia. C’è solo pazienza.
La scena è pronta. Il massacro sta per iniziare. E voi avete pagato il biglietto senza nemmeno saperlo.
Il Primo Atto: La Tattica del Silenzio e lo Sguardo del Cobra
Tutto inizia con un silenzio.
Bersani parla. Parla di principi, di autonomia della magistratura, di equilibrio dei poteri.
Cita i padri costituenti come se fossero i Vendicatori della Marvel pronti a scendere dal cielo per salvarci.
La sua voce trema leggermente, non per paura, ma per indignazione. Per quella rabbia antica di chi vede distruggere ciò che ha costruito con fatica.
“Stiamo toccando la colonna vertebrale dello Stato!” tuona Bersani.
Il pubblico in studio è perplesso. La gente a casa, che sta cenando con la minestrina riscaldata, cambia canale o scrolla su TikTok.
Chi ha tempo per Montesquieu nel 2026?
Sallusti lo osserva. Non lo interrompe subito.
È la tattica del cobra. Lascia che la preda si muova, si stanchi, sprechi ossigeno.
Sallusti sa una cosa che Bersani ignora o finge di ignorare: il potere, quello vero, quello che si muove nei corridoi felpati di Palazzo Chigi sotto la guida ferrea di Giorgia Meloni, ha già scritto il finale di questa commedia.
Mentre Bersani parla di etica, Sallusti conta mentalmente i voti.
Mentre Bersani evoca la storia, Sallusti guarda il futuro del bilancio statale.
Poi, il colpo.
Sallusti sorride. Un sorriso che non arriva mai agli occhi, fermandosi a metà strada sulle labbra sottili.
“Falso,” dice.
Solo una parola. Semplice. Devastante.
“State delegittimando le istituzioni. Chi cambia la Costituzione secondo le regole non è un eversore, è un riformatore.”
Boom. 💥
In un secondo, la realtà viene ribaltata.
È il capolavoro della narrazione moderna. Chi difende la Carta diventa il conservatore polveroso, l’ostacolo al progresso. Chi la smonta diventa l’eroe della modernità.
Bersani accusa il colpo. Si vede. Un micro-momento di terrore attraversa i suoi occhi dietro le lenti spesse.
Cerca un appiglio, balbetta qualcosa sulla “deriva autoritaria”, ma è troppo tardi.
Sallusti ha già spostato il frame. Non si parla più di democrazia, si parla di efficienza.
E di fronte alla parola “efficienza”, in un Paese che aspetta dieci anni per una sentenza civile, chi ha il coraggio di dire di no?
Il Secondo Atto: I Soldi, il Sangue del Sistema
Ma lasciamo perdere la filosofia. Andiamo al sodo.
Parliamo di quello che fa davvero battere il cuore ai piani alti, lì dove l’aria è rarefatta e si beve champagne millesimato mentre si decide il destino dei poveracci.
Parliamo di soldi. 💰💸
Mentre a sinistra si perdono ore preziose a discutere sull’ermeneutica del diritto e sulla separazione delle carriere, a destra si fanno i conti.
E i conti non tornano. O meglio, tornano fin troppo bene per qualcuno.
Qui si parla di un’operazione da 300 milioni di euro.
Avete capito bene? Trecento milioni.
Scrivetelo: 300.000.000.
Una cifra che farebbe girare la testa a qualunque gestore di hedge fund a Wall Street.
È il costo del referendum costituzionale. È il prezzo del biglietto per questo grande gioco di prestigio istituzionale.
Bersani guarda questi milioni con lo sdegno di chi pensa che la democrazia non abbia prezzo.
“Non si mercanteggia sulla libertà!” vorrebbe gridare.
Sallusti, invece, sa la verità inconfessabile: in politica tutto ha un prezzo. Specialmente il silenzio dei magistrati.
È una lezione di machiavellismo applicata ai tempi dei social media.
Loro, l’opposizione, parlano di ideologia.
Loro, il governo, parlano di asset.
Si parla di come rendere l’Italia un terreno di caccia più agevole per i grandi capitali esteri, eliminando quel fastidioso, pedante controllo di legalità che tanto rallenta il business.
Immaginate la scena: consigli di amministrazione a Londra e New York che guardano l’Italia.
“Bel Paese,” dicono, “ma troppi giudici che ficcano il naso.”
Ecco la soluzione servita su un piatto d’argento da Sallusti e compagni: separiamo le carriere.
Rendiamo il Pubblico Ministero un po’ meno indipendente, un po’ più… sensibile alle esigenze della politica e dell’economia.
Trasformiamo il cane da guardia in un barboncino da salotto.
Quei 300 milioni non sono una spesa. Sono un investimento.
Sono l’assicurazione sulla vita per una classe dirigente che vuole governare senza l’incubo di un avviso di garanzia che arriva il lunedì mattina.
E Bersani? Bersani è l’attrito.
Bersani è il vecchio meccanico che cerca di spiegare al pilota di Formula 1 che non può togliere i freni per andare più veloce.
“Ma così ci schiantiamo!” grida il meccanico.
“Sì, ma guarda che velocità sul rettilineo,” risponde il pilota mentre Sallusti annuisce compiaciuto.
Il Terzo Atto: La Trappola del Calendario (Genio del Male)
Ma la vera genialità, quella che ti fa quasi ammirare la perfidia del nemico, non è nella riforma in sé.
È nel calendario. 📅😱
Qui entriamo nel territorio della speculazione più oscura, ma seguite il filo, perché i pezzi del puzzle combaciano in modo inquietante.
Avete guardato bene la data ipotizzata per il referendum?
22 e 23 marzo 2026.
Non è una data scelta a caso lanciando una freccetta sul calendario.
È l’inizio di una finestra strategica di ponti primaverili. È il capolavoro del cinismo tattico.
Il governo sa perfettamente una cosa: l’italiano medio, dopo un inverno passato a sentire urla nei talk show, tra l’inflazione che morde e le bollette che strozzano, è stanco.
È esausto.
E cosa fa l’italiano esausto quando vede il primo raggio di sole di marzo?
Scappa.

Prenota il weekend fuori porta. Va al mare a vedere se l’acqua è ancora fredda. Va in montagna per l’ultima sciata.
Mettere un referendum costituzionale così complesso, così tecnico, in quel periodo, è come invitare qualcuno a una conferenza sulla fisica quantistica durante la finale dei Mondiali di calcio.
L’obiettivo non è farvi votare.
Sveglia! 🔔
L’obiettivo è farvi restare a casa.
È l’astensionismo tattico elevato ad arte di governo.
Meno gente vota, più il peso specifico delle truppe cammellate del potere aumenta.
Meno cittadini “normali” vanno alle urne, più il rumore dei fedelissimi diventa assordante.
È una trappola di seta, stesa con la cura di un ragno che aspetta la mosca distratta dal primo sole di primavera.
Bersani lo sa. Lo percepisce nel midollo.
Lo vedete dalla vena che gli pulsa sulla tempia mentre Sallusti snocciola dati (probabilmente parziali, forse inventati, chi può dirlo in diretta?) sull’efficienza della giustizia in Finlandia o in qualche altro paradiso nordico che nulla ha a che fare con la realtà del Tribunale di Reggio Calabria.
Ma in TV la narrazione vince sempre sulla realtà.
Sallusti recita la parte del modernizzatore. L’uomo che vuole portarci nel futuro, via dalle carte bollate e dalla polvere.
Bersani finisce per sembrare quello che vuole tenere le candele accese mentre gli altri hanno già installato la fibra ottica e i pannelli solari.
È un massacro comunicativo.
E mentre la sinistra conta i capelli persi cercando una strategia unitaria che non arriverà mai (perché sono troppo occupati a farsi la guerra tra loro), la destra conta i milioni necessari per blindare il risultato.
Il Quarto Atto: Il Segreto Economico (Oltre i 300 Milioni)
Ora, avvicinatevi. Devo sussurrarvi una cosa che in TV non diranno mai esplicitamente.
Cosa succederebbe se vi dicessi che il vero obiettivo di questo scontro non è la giustizia?
La giustizia è lo specchietto per le allodole.
Il vero piatto forte, quello che fa salivare i lupi, è la gestione dei fondi del PNRR e dei grandi appalti infrastrutturali dei prossimi cinque anni.
Siamo onesti: avere un magistrato autonomo che può svegliarsi la mattina e decidere di bloccare un cantiere perché ha trovato un’irregolarità è un rischio d’impresa enorme.
Per le grandi multinazionali, per i fondi di investimento che Sallusti e la sua parte politica corteggiano, la magistratura italiana è vista come una variabile impazzita. Un bug nel sistema.
La riforma della separazione delle carriere serve a debuggare il sistema Italia.
Serve a trasformare il Pubblico Ministero in un burocrate. Un funzionario che, prima di firmare un atto d’accusa contro un potente, ci penserà non una, non due, ma dieci volte.
Magari dovrà rispondere a una catena di comando che risale, guarda un po’, all’esecutivo.
È il “Liberi Tutti”.
È la clausola di manleva definitiva per la classe dirigente.
Pagata con i vostri 300 milioni di euro.
È un’operazione di pulizia dei contatti. Stanno eliminando l’attrito.
E Bersani, povero Pierluigi, sta lì a spiegare alla macchina che dovrebbe rallentare per motivi etici.
Ma la macchina non ha etica. La macchina ha solo un acceleratore e un serbatoio pieno di soldi pubblici.
Guardate l’espressione di Sallusti quando pronuncia la parola “efficienza”. È quasi erotica.
Per lui, efficienza significa un’autostrada senza autovelox. Significa poter correre a 300 all’ora sapendo che la polizia stradale è stata licenziata o, meglio, è stata assunta come scorta privata.
Il Finale: Il Sipario Cala sul Vuoto
Il clima nello studio è diventato gelido.
Floris alimenta il fuoco, sa che più la carne brucia, più gli ascolti salgono.
Vedete come tutto si tiene?
La giustizia, la politica, la televisione, il bilancio dello Stato. È un unico, grande ecosistema che si nutre di questo scontro.
Ma non fatevi ingannare: non è un duello alla pari.
È un’esecuzione pubblica travestita da dibattito democratico. 💀
Il vincitore è già stato deciso nei salotti che contano, quelli dove non si urla, ma si sussurra.
Mentre il povero spettatore over 60 cerca di capire se la sua pensione sarà più sicura con la separazione delle carriere, i tecnici del Ministero dell’Economia si sfregano le mani.
Bersani lancia l’ultimo monito. Una frase solenne, forse una citazione latina che nessuno capisce.
Cerca di ruggire, il vecchio leone. Ma si accorge, con orrore, di avere la dentiera allentata. O forse è il pubblico che non sente più la frequenza del suo ruggito.
Sallusti lo guarda con la pietà che si riserva ai monumenti cadenti.
Il giovane lupo (metaforico, s’intende) non ha nemmeno bisogno di mordere. Ha già recintato il bosco. Ha comprato il bosco. Ha venduto il legname del bosco ai cinesi.
Il 22 marzo si avvicina.

Le valigie per il ponte di primavera sono già pronte.
I 300 milioni sono già stati stanziati.
E la giustizia?
La giustizia resterà lì. In quel corridoio umido di un tribunale di provincia, a guardare la sua toga strappata che nessuno ha intenzione di ricucire.
Resterà lì come un vecchio parente scomodo che non si invita più alle cene di Natale perché rovina l’atmosfera festosa del business.
Sallusti esce dallo studio con il passo leggero. Missione compiuta.
Ha smontato l’opposizione pezzo per pezzo, senza alzare la voce, senza spettinarsi.
Bersani ripiega i suoi fogli con lentezza. Sa che quei fogli non serviranno a nulla. Sa che la storia sta girando pagina e lui è rimasto nel capitolo precedente.
Sentite questo silenzio?
Non è pace.
È il rumore del sipario che cala sulla prima parte di questa farsa.
Ma non andate via. Non cambiate canale.
Perché dietro l’angolo, tra i faldoni polverosi e le luci stroboscopiche dei talk show, si nasconde un segreto ancora più grande.
Cosa succederà quando, tolto il freno della magistratura, la locomotiva del potere inizierà a deragliare?
Siete pronti a scoprire chi guadagnerà davvero miliardi da questo caos istituzionale?
La risposta non vi piacerà. Ma è l’unica che conta se volete capire come gira il mondo dei grandi capitali.
In questo gioco o sei il predatore o sei la cena. E noi abbiamo il sospetto che il menù sia già stato stampato, e il vostro nome è tra i primi piatti.
Restate svegli. Il potere odia chi tiene gli occhi aperti.
Fine della trasmissione. Per ora. 🌙👁️
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“MELONI SI COMMUOVE DOPO BELPIETRO: IL CASO ZUNCHEDDU RIAPRE LA GUERRA SULLA GIUSTIZIA—GARANZIE O VENDETTA POLITICA? TRA TOGHE, GOVERNO E OPINIONE PUBBLICA, UNA STORIA DI INNOCENZA DIVENTA ARMA ELETTORALE È un frame che resta addosso: Maurizio Belpietro alza il tono, parla di Beniamino Zuncheddu e dell’ingiusta detenzione che ha sconvolto l’Italia, e Giorgia Meloni—secondo quanto riportato—si dice “molto colpita”, fino a lasciar trapelare emozione. Il tema, però, non è solo umano: è dinamite istituzionale. Perché il caso Zuncheddu diventa subito il simbolo di una battaglia più grande: riforma della giustizia, carcerazione preventiva, responsabilità, fiducia nello Stato. C’è chi vede un dovere morale di cambiare le regole; c’è chi teme una narrazione usata per mettere all’angolo la magistratura. Retroscena: secondo indiscrezioni, a quanto risulta dopo l’intervento sarebbe partita una raffica di telefonate tra staff e parlamentari per trasformare lo choc in agenda—senza prove, ma con una sensazione netta: qualcuno vuole che questa storia diventi “la prova” definitiva. Parole chiave: Meloni, Belpietro, caso Zuncheddu, giustizia, riforma.
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Mentre lei chiudeva gli scatoloni nel suo ufficio dell’Aquila, sorvegliata da agenti armati, i portoni dorati di Palazzo Madama si aprivano per qualcun altro. Non per lei. Non per il giudice che aveva applicato la legge. Non per la magistrata…
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