DALLA PROPAGANDA EUROPEA ALLA REALTÀ DEL CAMPO DI BATTAGLIA: VANNACCI SMASCHERA LE MENZOGNE DEL MITO DELLE LAVATRICI RUSSE, DEI MICROCHIP, DELLE SANZIONI FALLITE E DELLE VITTORIE IMMAGINARIE. 32 MILIARDI DI EURO SPRECATI, I VERI BENEFICIARI MANOVRANO NELL’OMBRA TRA ACCORDI NON DICHIARATI. VON DER LEYEN TACE, BRUXELLES TREMA.

C’è un momento preciso in cui la propaganda perde presa, quando le parole ripetute all’infinito smettono di convincere e la realtà, come un pugno allo stomaco, si impone senza chiedere permesso.

Quel momento, per Bruxelles, arriva quando Roberto Vannacci varca le soglie del Parlamento europeo e decide di fare ciò che in pochi osano ancora fare: mettere in fila i fatti e confrontarli con i comunicati ufficiali.

Non slogan, non narrazioni costruite, ma numeri, documenti, conseguenze concrete misurate sul campo di battaglia e nelle tasche dei cittadini europei.

La distanza tra ciò che l’Unione Europea racconta e ciò che realmente accade emerge subito come una frattura profonda, difficile da mascherare con nuove parole d’ordine.

Per mesi, forse anni, ai cittadini è stato ripetuto che le sanzioni contro la Russia stavano funzionando, che l’economia di Mosca era al collasso e che l’industria militare russa sopravviveva cannibalizzando lavatrici e frigoriferi.

Il mito delle “lavatrici russe”, trasformato in barzelletta geopolitica, è diventato uno dei simboli più grotteschi di una propaganda che ha scambiato il desiderio per realtà.

Secondo questa narrazione, la Russia non avrebbe avuto accesso ai microchip, alle tecnologie avanzate, ai componenti essenziali per sostenere una guerra moderna.

Eppure, mentre Bruxelles celebrava conferenze stampa e Ursula von der Leyen parlava di “sanzioni senza precedenti”, dal fronte arrivavano segnali opposti.

I sistemi d’arma russi continuavano a funzionare, a essere prodotti, a essere schierati con una capacità che contraddiceva clamorosamente il racconto ufficiale.

Vannacci non si limita a insinuare dubbi, ma porta numeri, rapporti, analisi che mostrano come i flussi tecnologici non si siano mai realmente interrotti.

I microchip, semplicemente, hanno cambiato strada, passando attraverso Paesi terzi, triangolazioni commerciali e intermediari che tutti conoscono e di cui nessuno parla.

È qui che il discorso si fa scomodo, perché la propaganda si infrange contro una verità difficile da accettare: le sanzioni hanno colpito più l’Europa che il loro bersaglio dichiarato.

Le industrie europee hanno pagato il prezzo più alto, con costi energetici esplosi, competitività ridotta e catene di approvvigionamento spezzate.

Nel frattempo, l’economia russa ha dimostrato una resilienza che i comunicati ufficiali non avevano previsto, adattandosi e riorientandosi verso nuovi mercati.

Vannacci parla di 32 miliardi di euro, una cifra che pesa come un macigno e che rappresenta il costo reale di una strategia presentata come vincente.

Vannacci: «In Costa d'Avorio ho pensato: ci mangiano. Mengoni in gonna a  Sanremo era ridicolo. I gay? Condizionati dalla società»- Corriere.it

Trentadue miliardi di euro che, secondo la narrazione dominante, avrebbero dovuto piegare un avversario strategico e accelerare la fine del conflitto.

In realtà, quei fondi si sono dissolti in un sistema opaco di spese, aiuti, forniture e compensazioni che non hanno prodotto i risultati promessi.

La domanda, allora, non è più se le sanzioni abbiano funzionato, ma chi abbia realmente beneficiato del loro fallimento.

Dietro le dichiarazioni ufficiali, emergono accordi non dichiarati, canali paralleli, interessi economici che prosperano nel silenzio generale.

I veri beneficiari, suggerisce Vannacci, non siedono nei rifugi antiaerei né nelle case colpite dalle bollette energetiche, ma in uffici ben protetti, lontani dai riflettori.

Sono intermediari, grandi gruppi, apparati che hanno saputo trasformare una crisi geopolitica in un’opportunità finanziaria.

Mentre ai cittadini europei veniva chiesto di abbassare il riscaldamento “per la libertà”, qualcun altro firmava contratti miliardari al riparo da ogni sacrificio.

Il contrasto tra retorica e realtà diventa così evidente da risultare quasi offensivo per chi è chiamato a pagare il conto.

Vannacci insiste su un punto che Bruxelles preferisce evitare: la guerra delle narrazioni non cambia l’esito della guerra reale.

Sul campo di battaglia, contano la logistica, la produzione industriale, la capacità di adattamento, non i titoli trionfalistici.

E su questi fronti, la presunta vittoria immaginaria dell’Occidente appare sempre più come una costruzione artificiale.

La propaganda europea ha parlato di svolte decisive, di offensive risolutive, di un nemico allo stremo, salvo poi dover correggere il tiro ogni pochi mesi.

Ogni promessa non mantenuta ha eroso un po’ di più la credibilità delle istituzioni comunitarie.

Il silenzio di Ursula von der Leyen, di fronte alle accuse e ai numeri portati da Vannacci, diventa così un elemento politico di primo piano.

Quando chi governa sceglie di non rispondere, il silenzio smette di essere prudenza e diventa ammissione implicita di difficoltà.

Bruxelles trema non perché qualcuno alza la voce, ma perché i fatti non possono più essere ignorati.

Il progetto europeo, fondato anche sulla fiducia dei cittadini, rischia di incrinarsi sotto il peso di decisioni presentate come inevitabili e rivelatesi fallimentari.

Vannacci non si propone come profeta, ma come testimone di una frattura che attraversa l’Europa.

Da una parte, le élite politiche che continuano a ripetere gli stessi slogan, dall’altra una popolazione sempre più scettica e stanca.

La distanza tra Bruxelles e i cittadini non è mai stata così ampia come oggi.

Il caso delle “lavatrici russe” diventa, in questo senso, una metafora potente di un sistema che si racconta favole per non affrontare la realtà.

Ridicolizzare il nemico non lo rende più debole, ma rende più fragile chi crede alla propria ironia.

Vannacci invita a guardare oltre la superficie, a interrogarsi su chi controlla davvero i flussi economici e tecnologici.

Le sanzioni, così come sono state concepite, sembrano aver creato più distorsioni che soluzioni.

E ogni distorsione è un’occasione per qualcuno di arricchirsi nell’ombra.

Il dibattito che si apre a Bruxelles non riguarda solo la guerra, ma il modello decisionale dell’Unione Europea.

Chi decide, con quali informazioni, e soprattutto chi paga le conseguenze di decisioni sbagliate.

La risposta, per molti cittadini, è sempre la stessa: paga chi non ha voce.

Bollette più alte, inflazione, incertezza economica diventano il prezzo quotidiano di una strategia geopolitica distante dalla vita reale.

Vannacci rompe un tabù parlando apertamente di responsabilità politiche, senza rifugiarsi dietro formule diplomatiche.

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Non accusa senza prove, ma mette in discussione una narrazione che non regge più alla prova dei fatti.

Il suo intervento non offre soluzioni facili, ma pone una domanda che Bruxelles sembra temere.

Se le sanzioni non hanno funzionato, se i miliardi sono stati sprecati, se i beneficiari sono altri, chi risponderà di tutto questo.

La politica europea appare così sospesa tra la necessità di salvare la faccia e l’urgenza di fare i conti con la realtà.

Ogni giorno che passa senza una risposta chiara aumenta il sospetto e riduce la fiducia.

Il silenzio, in politica, è raramente neutrale.

È un messaggio, e in questo caso suona come un’ammissione di fragilità.

Bruxelles trema perché la domanda finale, quella che nessuno riesce a zittire, resta sospesa nell’aria.

Chi paga davvero questa menzogna.

Ma il punto più delicato, quello che Bruxelles evita con maggiore attenzione, riguarda il meccanismo decisionale che ha portato a questo disastro annunciato.

Chi ha stabilito che quelle sanzioni fossero l’unica strada possibile.

Chi ha valutato i rischi, e soprattutto chi ha scelto di ignorarli.

Vannacci insinua un dubbio che pesa come piombo: molte decisioni sono state prese più per obbedienza ideologica che per reale analisi strategica.

In questo schema, l’Europa non appare come un soggetto sovrano, ma come un esecutore diligente di una linea tracciata altrove.

Una linea che ha prodotto vantaggi chiari per alcuni attori esterni, mentre ha lasciato sul terreno le economie e la coesione sociale del continente.

Il tema della sovranità europea emerge così in tutta la sua fragilità.

Si parla di autonomia strategica, ma si agisce in perfetta dipendenza.

Si promette protezione ai cittadini, ma si accettano sacrifici senza spiegare a chi giovano davvero.

Vannacci mette in luce un’altra contraddizione fondamentale: mentre l’Europa si autoimpone vincoli e rinunce, altri Paesi aumentano la loro influenza economica ed energetica proprio grazie a quelle stesse sanzioni.

Il mercato non conosce morale, ma riconosce opportunità.

E dove Bruxelles vede punizione, altri vedono profitto.

La guerra, da tragedia umana, si trasforma così in leva finanziaria e geopolitica.

Un gioco cinico, nel quale chi combatte e chi paga non coincide quasi mai con chi guadagna.

Il silenzio delle istituzioni europee su questi passaggi non è casuale.

È la scelta di evitare una discussione che potrebbe mettere in discussione l’intero impianto narrativo costruito finora.

Ammettere l’errore significherebbe riconoscere che milioni di cittadini sono stati spinti a sacrifici inutili.

E che la fiducia concessa è stata tradita.

Bruxelles, oggi, non teme le critiche.

Teme le domande.

Perché le domande aprono crepe, e dalle crepe entra la realtà.

Vannacci, consapevolmente o meno, ha inserito un cuneo proprio in quella frattura.

Non per distruggere l’Europa, ma per costringerla a guardarsi allo specchio.

Il problema è che l’immagine riflessa non corrisponde più al racconto ufficiale.

E quando la distanza tra ciò che si dice e ciò che si vive diventa insostenibile, il sistema entra in crisi.

La vera battaglia, oggi, non si combatte solo sul fronte est, ma nelle coscienze dei cittadini europei.

Cittadini che iniziano a chiedersi se le scelte fatte in loro nome rispondano davvero ai loro interessi.

O se servano altri, nascosti dietro sigle, trattati e accordi mai spiegati.

È qui che la propaganda smette definitivamente di funzionare.

Perché quando la realtà bussa alla porta, non c’è slogan che possa fermarla.

E Bruxelles lo sa.

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