Niente giri di parole, nessuna prudenza istituzionale: Marcello Foa lancia una valutazione affilata come una lama sottile ma profonda.
Mattarella, dice, avrebbe involontariamente favorito Meloni e allo stesso tempo incrinato la propria immagine.
Non un urlo — ma un taglio nel silenzio, che apre un nuovo labirinto politico.
Meloni non risponde: sta, e brilla.
Eroi o stratega che ha previsto tutto?
Mattarella diventa figura grigia: custode della Repubblica o uomo che, senza volerlo, ha spostato l’equilibrio del potere?
La stampa esplode, i senatori cambiano volto, il Palazzo trema come tavole antiche sotto passi leggendari.

E l’Italia rimane con una sola domanda bruciante:
Quale verità si nasconde dietro quelle porte chiuse?
C’è una scena che si ripete, invisibile e potentissima: una cena romana, parole scivolate oltre il perimetro del galateo istituzionale, una conversazione che diventa detonatore.
Foa non la racconta come gossip: la incornicia come indizio di un sistema.
Francesco Saverio Garofani, consigliere di fiducia del Colle, parla — secondo la ricostruzione — di strategie, di 2027, di come fermare Giorgia Meloni.
Forse esagerazione, forse imprudenza, forse realismo.
Ma in politica conta l’effetto, non l’intenzione.
E l’effetto è stato duplice: ha spostato l’asse del racconto pubblico e ha dato alla premier un’occasione d’oro per farsi scudo della neutralità violata.
La prima conseguenza è quasi fisica: il centrodestra si ricompatta.
Nervi, muscoli, cornici narrative: tutto si allinea sotto un’idea semplice e contundente — “ci vogliono fermare”.
Nel gioco democratico, quella frase è benzina.
La seconda conseguenza è sofisticata: l’immagine del Quirinale, tradizionalmente super partes, si ritrova increspata.
Non affondata, ma segnala una vulnerabilità.
La neutralità non è solo regola, è percezione.
E quando la percezione vacilla, il circuito della fiducia scricchiola.
Marcello Foa insiste su un punto che scotta: il Quirinale come potere felpato.
Non invasivo, ma presente.
Non urlante, ma orientante.
In Italia, dove la geografia istituzionale è una trama fitta di consuetudini tanto quanto di norme, il Colle è cerniera — e, se serve, freno.
Per questo l’episodio diventa un prisma: al suo interno si rifrangono anni di interventi, moral suasion, segnali in codice, quel “il presidente osserva con attenzione” che i quiralisti hanno trasformato in categoria giornalistica.
Foa prende quel registro e lo porta a giudizio.
Dice che è politica, non garanzia.
Dice che somiglia troppo a un potere attivo per essere chiamato solo potere di equilibrio.
La critica è radicale, ma non grida.
Lavora con la lente.
E la lente, da quella cena, scivola su un piano più ampio: il tempo.
Sette anni, più sette.
Napolitano, Mattarella.
Quattordici anni filati di presidenze continue.
Una rarità europea, una normalità italiana per contingenza.
Foa la chiama quasi “regno”.
Il termine è forte, volutamente provocatorio.
Ma parla a un sentimento diffuso: quando una figura resta così a lungo, tende a diventare architettura.
E l’architettura, in democrazia, non dovrebbe mai perdere l’ombra del ricambio.
C’è, però, la dinamica opposta che rende il quadro meno binario.
La crisi politica, l’instabilità parlamentare, la necessità di continuità — tutte ragioni che hanno portato alle conferme.
Il punto di Foa non è negarle.
È chiedere conto di ciò che producono sulla percezione della neutralità.
Quando tutto vibra, la casa deve stare ferma.
Se la casa sembra muoversi, anche di un millimetro, l’inquilino sospetta.
Meloni, nel mezzo, si muove con astuzia.
Non aggredisce il Colle — sarebbe controproducente.
Incassa, sublima, trasforma l’episodio in leva identitaria.
“Ci provano, ma noi reggiamo.”
È l’arte antica del controcampo: se parli della tua fragilità come prova di forza, diventi più forte.
Per questo Foa dice “Meloni brilla”.
Non perché vince una battaglia.
Perché si fa baricentro.
La premier, nei tempi corti della comunicazione, appare come l’unico polo definito: tutto il resto è un mosaico di posizioni che si giustificano.
Nella politica contemporanea, la definitezza è un valore.
Fa sembrare governo la tenuta.
Fa sembrare visione la gestione.
Nel frattempo, la stampa si divide come un tessuto sotto stress.
Una parte difende l’istituzione, una parte denuncia l’“intrusione”, una parte — la più interessante — chiede regole del linguaggio.
Chi parla, cosa, dove, quando.
Una sorta di “opsec comunicativa” che dovrebbe essere ovvia negli apparati di garanzia, e che l’Italia non ha mai pienamente codificato.
Perché la nostra democrazia vive di prassi, più che di codici.
E le prassi, quando entrano le telecamere, si sciolgono.
La domanda che resta sul tavolo è più pragmatica che ideologica: come si protegge la neutralità quando tutti hanno smartphone e cena?
La risposta non è “non parlare”.
È “parlare meno, meglio, e mai di strategie elettorali”.
Non per moralismo, ma per manutenzione.
Il tema della manutenzione attraversa tutta l’analisi di Foa.
Manutenere la separazione tra indirizzo politico (Parlamento, Governo) e garanzia costituzionale (Presidente).
Manutenere la lingua: smettere di usare formule implicite come “irritazione del Colle” per fare politica soft.
Manutenere il tempo: ridare al settennato la sua aura di finitezza, evitare la sensazione di continuità infinita.
Sul piano comparato, Foa punta il dito: altrove, figure di garanzia parlano meno.
Non perché non pensino, ma perché sanno che ogni parola è un peso.
In Italia, dove i pesi sono storicamente mobili, la parola del Colle è spesso usata per correggere rotta.
Funziona?
Spesso sì.
Ma ogni correzione lascia una traccia.
E la somma delle tracce fa racconto.
È quel racconto che oggi appare attraversato da crepe.
Nel frattempo, il quadro politico si ridisegna con una semplice equazione: 2027.
Cinque anni ancora, forse dieci di leadership di Meloni se i cicli reggono, una sinistra che teme l’orizzonte lungo del governo avversario più di quanto tema il nome del prossimo presidente.
Qui Foa insinua la parola “ipocrisia”.
Perché preoccuparsi dei dieci anni di un premier e tacere sui quattordici di un presidente?
La domanda è studiata per punzecchiare i nervi scoperti del dibattito.
La sua funzione è rimettere al centro la proporzione.
Non dire che uno valga meno, ma dire che entrambi pesano.
E che il peso, in Repubblica, va bilanciato con regole e con cultura.
Sullo sfondo, la grande stampa appare come personaggio.
Secondo Foa, troppo deferente verso il Colle, troppo pronta a pubblicare “veline” di quiralisti.
È una denuncia vecchia e nuova insieme: i media come cinghia di trasmissione del potere invisibile.
Ma anche qui la risposta non può essere binary.
Serve un salto di qualità giornalistico: distinguere informazione da interpretazione, separare la cronaca dall’eco, dire quando un virgolettato è reale, quando è un “si dice”, quando è un “messaggio”.

La neutralità non si difende con il silenzio.
Si difende con la chiarezza.
Il punto di snodo istituzionale resta nitido: il presidente tutela la Costituzione, non un’idea politica.
Questo è il confine.
E i consiglieri del Colle, per definizione, non disegnano piani elettorali.
Se anche fossero parole di una cena imprudente, la percezione pubblica pretende che non accadano.
Perché la fiducia è la ricchezza più delicata delle democrazie.
La reazione del Quirinale — rassicurare, contenere, difendere il collaboratore — è stata letta come protezione dell’apparato più che dell’aura.
Forse necessaria sul piano umano e organizzativo, ma costosa su quello simbolico.
Il simbolo, nella politica italiana, vale quanto un decreto.
E qui il simbolo dice: attenzione.
Il risultato politico immediato, lo abbiamo visto, è il rafforzamento di Meloni come fulcro.
La premier “sta”, non rincorre, non incalza.
Lascia che l’episodio si trasformi in disciplina narrativa del suo campo.
Nel medio periodo, però, la sfida per lei è più severa: dimostrare che la forza acquisita con il riflesso identitario diventa capacità di governo misurabile.
Non solo numeri buoni, ma strutture che reggono.
Sanità che riduce attese, lavoro che regge salari, sicurezza che non è solo parola, energia che non è solo piano ma cantieri.
La parte meno cinematografica è proprio quella decisiva.
E su questo terreno, il Colle non è avversario né alleato: è cornice.
Cornice che non deve muoversi.
La domanda finale di Foa — “il Quirinale è davvero neutrale o esercita un potere nascosto?” — non si risolve con un titolo.
Si risolve con regole e prassi.
Regole: codificare la comunicazione istituzionale, limitare i “messaggi indiretti”, chiarire protocolli per i consiglieri, ristabilire la distanza tra galateo privato e responsabilità pubblica.
Prassi: tornare alla sobrietà, parlare meno e meglio, evitare scenari elettorali, preferire i testi alla suggestione.
E, soprattutto, ricordare che la neutralità non è un’astinenza dalla realtà: è un modo di entrarci senza spingerla.
Resta la scena politica, con le sue correnti sotterranee e i suoi colpi di scena.
Una sinistra chiamata a scegliere se contestare l’egemonia narrativa altrui con argomenti e piani, anziché con indignazioni a tempo.
Un centrodestra chiamato a tradurre la coesione ottenuta in compiti di casa veri, non in slogan.
Un Colle chiamato a ritrovare quella invisibilità virtuosa che ha fatto grande l’istituzione nei momenti più difficili.
Oggi, più che ieri, l’Italia ha bisogno di tre cose antiche.
Una neutralità credibile, una stampa coraggiosa, una politica capace di preferire la procedura alla posa.
Il resto — clip virali, fughe, cene — è rumore.
La rivoluzione che Foa evoca non è spettacolo.
È manutenzione del patto.
Se l’episodio Garofani sarà ricordato come scivolone o come sveglia dipende da un dettaglio infinitamente serio: quanto siamo disposti a cambiare le abitudini che ci hanno portati qui.
Meloni, intanto, dispone i pezzi come chi ha capito che in politica la mossa più forte è spesso la mossa più calma.
Mattarella, figura grigia per definizione, è chiamato a ricolorare la propria neutralità con il pennello più efficace: il silenzio intelligente e la parola misurata.
I cittadini, al di là di ogni schieramento, sono chiamati a fare l’atto più civico: pretendere chiarezza senza distruggere, criticare senza vilipendere, distinguere potere da garanzia.
Perché la democrazia vive di conflitti, ma muore di ambiguità.
E l’ambiguità, in cima alla collina, pesa più che altrove.
Alla fine, l’immagine che resta è duplice.
Una porta chiusa, dietro cui si percepisce il fruscio di una conversazione che non doveva uscire.
E una piazza aperta, in cui la domanda insiste come pioggia: chi custodisce i custodi?
La risposta non sta nel colpo di scena.
Sta nella cura.
Cura delle parole, cura dei ruoli, cura del tempo.
Quel “attimo” di cui parla Foa non cambia da solo l’asse del potere.
Indica la crepa.
Sta a noi — istituzioni, media, politica, cittadini — decidere se riempirla di propaganda o di cemento.
Se sarà cemento, Meloni brillerà per ciò che fa, non per ciò che subisce.
Mattarella tornerà a essere la figura che non si vede, ma che regge.
E l’Italia avrà imparato, ancora una volta, che la neutralità non è una statua di sale.
È un mestiere.
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