La frase cadde nella sala come un lampo improvviso in un cielo limpido.
Pronunciata con una calma disarmante, fu sufficiente a dividere l’aria, a gelare gli sguardi, a trasformare un semplice incontro ecclesiale in un momento destinato a restare impresso nella memoria della Chiesa contemporanea.
«Il cristianesimo è finito.»
Detta così, senza enfasi, senza preamboli, senza attenuanti.
Eppure pesante come una sentenza definitiva.
A pronunciarla non fu un critico esterno, non un sociologo disincantato, non un polemista di professione, ma uno dei cardinali più progressisti d’Italia, un uomo considerato per anni il simbolo dell’apertura, del dialogo, dell’aggiornamento.

Le sue parole, pronunciate durante l’incontro dei vescovi riuniti in Umbria per commemorare l’ottavo centenario della morte di San Francesco, cambiarono di colpo l’atmosfera.
La cosiddetta “cittadella francescana”, solitamente riempita dai canti dei pellegrini e dal vociare delle scolaresche, sembrò improvvisamente un luogo sospeso, come se un velo fosse stato strappato davanti agli occhi di tutti.
Non era più solo un incontro, un momento di riflessione, una celebrazione spirituale.
Era diventato un punto di non ritorno.
La frase del cardinale – così lapidaria, così cruda – non lasciò spazio ad ambiguità.
Gli sguardi dei presenti si incrociarono in modo rapido e inquieto, come se ognuno cercasse conferma nel volto dell’altro, nel tentativo di capire se davvero avesse sentito bene.
Pochi secondi dopo, quasi come per arginare l’onda d’urto che lui stesso aveva provocato, il cardinale tentò una correzione: «Il cristianesimo non è finito».
Ma ormai era troppo tardi.
Il colpo era stato sferrato.
Quella prima frase, uscita “come un fatto” – disse qualcuno – aveva già scavato un solco.
Perché tutti sapevano che non si trattava di una provocazione passeggera.
Non era un’esagerazione dettata dall’emotività, né una riflessione astratta.
Era la verbalizzazione, finalmente esplicita, di una realtà che da anni aleggiava nell’aria, percepita da molti ma mai ammessa pubblicamente da chi occupa posizioni di vertice.
Il cardinale, forse senza volerlo o forse con piena lucidità, aveva trasformato un sospetto in una dichiarazione.
Le sue parole sollevarono un velo su un panorama che, fino a quel momento, era stato guardato con pudore o negato con ostinazione.
La verità, fredda e implacabile, è che la tradizionale identità cristiana dell’Italia si sta sgretolando.
E non si tratta più di una percezione vaga, ma di un fenomeno evidente, quasi tangibile.
Le chiese, soprattutto nelle città e nei grandi centri, si svuotano con ritmo crescente.
Le messe domenicali, un tempo appuntamento irrinunciabile anche per i più tiepidi, oggi mostrano banchi deserti, spazi che negli anni passati sarebbero stati impensabili.
Non si parla più solo di calo di partecipazione, ma di una vera e propria evaporazione.
I giovani, un tempo legati alla Chiesa da tappe quasi obbligate – catechismo, matrimonio, battesimo dei figli – oggi non si avvicinano affatto.
Non per scelta contraria, ma per indifferenza totale.
La fede non è più un’opzione scartata: semplicemente non è contemplata.
Anche i sacramenti “di base”, che per generazioni erano stati considerati parte naturale della vita, vengono abbandonati.
I bambini non vengono battezzati, gli adulti non si sposano in chiesa, molte famiglie vivono completamente fuori da qualsiasi contatto con la vita cristiana.
Ed è qui che emerge un punto doloroso, spesso ignorato per comodità.
La crisi non arriva soltanto dall’esterno, da una società individualista o secolarizzata.
Una parte della responsabilità nasce anche all’interno della Chiesa stessa.
Per anni, una certa corrente modernista ha puntato a rendere tutto più fluido, più accogliente, più adattabile.
L’obiettivo era aprire le porte, allargare gli orizzonti, parlare un linguaggio comprensibile al mondo contemporaneo.
Ma in questo tentativo di adattamento continuo, spesso frenetico, qualcosa si è perso.
La dottrina è stata sfumata.
La disciplina si è ammorbidita.
La comunicazione si è fatta vaga, quasi timida.
Molti fedeli, disorientati, hanno iniziato a non riconoscere più la loro casa.
Ogni volta che un dogma veniva “attenuato”, ogni volta che una parola netta si trasformava in un concetto ambiguo, qualcuno si allontanava in silenzio.
Il risultato è stato paradossale.
L’apertura totale non ha portato nuovi fedeli.
Ha finito per allontanare i pochi che ancora cercavano una guida chiara.
Eppure, proprio in questo momento di massima incertezza, la CEI ha approvato un documento intitolato Lievito di pace e speranza.
Formalmente presentato come un testo di rinnovamento, nelle sue pagine si intravede invece un ulteriore indebolimento della fermezza morale, un linguaggio ancora più sfumato, un approccio pastorale che appare più preoccupato di non urtare nessuno che di indicare una strada.
Una scelta difficile da comprendere mentre le chiese si svuotano, mentre la cultura cristiana si dissolve, mentre la trasmissione della fede si interrompe nelle famiglie.
È qui che la domanda sorge spontanea:
Non saranno proprio le voci progressiste – pur animate dalle migliori intenzioni – ad aver favorito quella stessa crisi che ora denunciano?
Papa Benedetto XVI, anni fa, lo aveva previsto con una chiarezza quasi profetica.
La Chiesa, diceva, sarebbe diventata più piccola, più semplice, più essenziale.
Ma non per collasso.
Per purificazione.
Una Chiesa meno numerosa ma più autentica, più radicata nella verità, più fedele al suo nucleo originario.
La sua non era una previsione catastrofica.
Era una speranza, seppure esigente.
Oggi, però, guardando ciò che accade, sorge un timore differente.
Che la Chiesa non si stia solo restringendo nei numeri, ma svuotando anche nel contenuto.
Che la minoranza che resterà, invece di essere un “resto fedele”, rischi di essere una piccola comunità incerta, relativista, disabituata alla dottrina, priva di quella forza identitaria che per duemila anni ha reso il cristianesimo una roccia.

È qui che il ruolo dei custodi della tradizione diventa cruciale.
Non per nostalgia del passato, ma per fedeltà alla verità.
Non per rigidità, ma per amore al depositum fidei.
Sono loro, spesso guardati con sospetto, a conservare quello che ancora dà forma alla Chiesa: la dottrina, la liturgia, la spiritualità profonda, la chiarezza morale.
Sono loro il filo sottile che impedisce alla grande frattura di diventare irreparabile.
In un momento storico in cui tutto sembra sfilacciarsi, un piccolo gruppo che resta saldo può diventare l’inizio di un nuovo inizio.
Una minoranza può essere un seme.
Ma solo se conserva la sostanza.
Solo se custodisce ciò che il mondo dimentica.
Solo se rimane legata alla verità e non alle mode.
E mentre il cardinale progressista invita a confrontarsi con la fine del cristianesimo, paradossalmente sono coloro che il mondo considera “superati” a preservare ciò che potrebbe un giorno farlo rinascere.
Perché quando tutto crolla, chi custodisce l’essenziale diventa la roccia su cui si può ricostruire.
E forse, proprio in questa tensione tra ciò che si perde e ciò che resiste, si gioca il futuro della Chiesa.