Un’intervista di coppia con la campionessa e il marito tra battute, ricordi, sogni e il racconto di come la maternità ha sconvolto la loro vita. Matteo Giunta: «Quando è nata Matilde ho provato un senso di impotenza: ero fuori da quel legame madre-figlia. Ma poi ho capito come esserci davvero»

MILAN, ITALY – SEPTEMBER 28: Federica Pellegrini and Matteo Giunta attend the Giorgio Armani fashion show during the Milan Womenswear Spring/Summer 2026 on September 28, 2025 in Milan, Italy. (Photo by Jacopo Raule/Getty Images)Jacopo Raule/Getty Images
«Scegliere di essere padre e madre è una lunga nuotata di coppia, dove un po’ spingi, un po’ rallenti; a volte ti fai prendere dallo sconforto, altre fai sprint incredibili e, alla fine, non ci sarà la medaglia, se non la felicità che vedrai negli occhi di tuo figlio e nei tuoi».
La nuotata di Federica Pellegrini e Matteo Giunta è iniziata nel 2018, quando lui era il suo allenatore. L’annuncio ufficiale del fidanzamento è arrivato nel luglio del 2021, dopo l’ultima finale olimpica di Federica, le nozze nell’agosto del 2022 e la nascita di Matilde il 3 gennaio 2024.
A lei hanno dedicato il loro libro appena uscito In un tempo solo nostro perché «il primo figlio sconvolge sempre e speriamo che la nostra esperienza aiuti chi sta vivendo o vivrà questo momento».
Cosa vi ha fatto innamorare?
Matteo: «Era una persona abbastanza solitaria, vivevo bene da solo. Mi sono sempre detto: se mai dovessi decidere di passare il resto della mia vita con qualcuno, devo essere sicuro al 100 per cento. Con Fede mi sono chiesto: “È la persona giusta?” E la risposta è stata sì».
Federica: «In realtà l’ha conquistato il mio tiramisù. L’alcol è stato il mezzo, l’ho fatto ubriacare, e il tiramisù il fine».
Vi descrivete come Federica più impulsiva e Matteo più riflessivo. Gli opposti si attraggono?
Matteo: «Questa sua istintività mi ha sempre affascinato: per me era un terreno inesplorato.
Per alcune cose siamo molto simili, per altre molto diversi: non ci si annoia mai».
Federica: «Quello di sicuro no. Per me è stato un crescendo.
È partita come una cotta e con il tempo è arrivata l’idea di fare progetti più impegnativi.
Abbiamo avuto modo di conoscerci bene e di vivere tanto insieme»
Compresa la fine della tua carriera da atleta?
Federica: «Quello non è mai un passaggio semplice. Non lo è stato per Matteo, anche se poi ha continuato nel ruolo di allenatore, né per me.
È stato un momento molto importante, nel quale siamo cresciuti insieme.
Abbiamo capito che ci eravamo trovati e tutto è venuto di conseguenza: sposarci, provare ad avere un figlio. Sapevamo che i progetti si fondavano su una base molto solida».
Matteo: «Sull’amore fondamentalmente».
Ma all’inizio lui resisteva un po’?
Matteo: «Ma no, è una leggenda»
Federica: «Era solo un aspetto tecnico, perché lui era il mio allenatore e nell’anno dell’Olimpiade preferivamo che la notizia non trapelasse.
Per quello, quando uscivamo di casa, lo facevo nascondere nel bagagliaio».
Quali pazzie avete fatto uno per l’altro?
Federica: «La maggior parte non si possono dire».
Matteo: «Mi ricordo un Natale, ero in montagna con i miei a spassarmela.
Lei, diciamo così, non era contenta… e allora sono partito la notte per raggiungerla a casa a Verona».
C’è voluto un po’ perché tu restassi incinta e nel libro racconti quanto le domande e la pressione sociale riguardo alla maternità ti pesassero.
Federica: «Nessuno sapeva che noi stavamo provando e c’erano tutte queste incursioni: “Quando fate un figlio?
Dai che devi diventare mamma”. L’ho percepita come una violenza non necessaria.
Visto tutto quello che avevo fatto in passato sia come donna sia come atleta, sembrava veramente che la società mi stesse richiedendo per forza di diventare madre, altrimenti non avrei compiuto il mio destino. E adesso è uguale per un secondo figlio. Sono dei retaggi culturali».
Matteo: «Se sei donna ti chiedono ossessivamente quando fai un figlio, se sei uomo mai eppure per farlo bisogna essere in due».
Avete raccontato che se il figlio non fosse arrivato pensavate all’adozione, ma non avreste fatto la fecondazione assistita.
Federica: «Ci siamo detti: se la natura vuole che a questo nostro amore si aggiunga un terzo cuore bene, altrimenti accettiamo il nostro destino.
Siamo entrambi fatalisti. Non serviva un figlio per completarci.
Come coppia siamo già compiuti. Saremmo stati con i nostri quattro cani e, forse un giorno ,avremmo pensato all’adozione.
Matteo: «Ci sono tanti bambini che sono già qua e aspettano che qualcuno si prenda cura di loro. Sarebbe stato qualcosa di egoistico forzare la natura».
Poi vostra figlia è arrivata, dopo un parto molto faticoso durato tre giorni e finito con un cesareo d’urgenza. Cosa ti resta di quel momento?

Federica: «Le esperienze più dolorose con il tempo si cancellano.
Mia mamma questo me l’ha sempre detto. Lei è riuscita a fare due parti naturali, con molta sofferenza, perché io e mio fratello eravamo belli grandi, ma il dolore di quel momento è scomparso. Per risentire la sofferenza fisica del parto, devo proprio ripensarci».
Nel libro parli anche di baby blues: quella sofferenza inspiegabile che hai cominciato a sentire dopo la nascita di Matilde. La svolta è arrivata quando hai cominciato a parlare del tuo disagio con la psicologa?
Federica: «Sono molto in contatto con le mie emozioni e quando, per la seconda sera di fila, all’improvviso, mi è partito un pianto, ho capito che c’era qualcosa che stonava.
Sentire la mia psicologa Bruna è stato naturale. Avendo una forma mentis da atleta, ed essendo abituata a essere seguita 24 ore su 24 da uno staff di persone che ti supportano, anche dal punto di vista mentale, è stato più facile.
Dalle criticità che ho attraversato nei miei anni da nuotatrice, ho imparato molto bene a fermarmi per chiedere aiuto quando sono in difficoltà.
E anche in quel momento ho riconosciuto il disagio e capito che avevo bisogno di sostegno».
E Matteo, tu come ti sei sentito?
«Il primo sentimento è stato quello di impotenza. Cercavo di scaricare Federica di tutti gli impegni quotidiani, però c’era questo legame strettissimo tra mamma e figlia nel quale non riuscivo a entrare.
Nel momento in cui Federica ha iniziato a parlare con Bruna per me è stato un sollievo: vedevo che gradualmente stava meglio.
Quando abbiamo superato questo momento ci siamo sentiti fortunati perché abbiamo avuto il supporto di una specialista e l’aiuto dei nonni.
Non osiamo immaginare come si possa sentire una madre sola che si trova ad affrontare queste difficoltà.
Sarebbe molto importante trovare dei modi per aiutare le donne e non abbandonarle a loro stesse».
Sempre nel libro sottolineate come il carico mentale sia ancora quasi totalmente sull madri.
Matteo: «La cosa preoccupante è che spesso e volentieri senti dire: “Vabbè ma l’hanno fatto tutti, cosa vuoi che sia…”. Non funziona così»
Federica: «La donna in generale è più soggetta a critiche rispetto all’uomo.
Deve per forza risultare perfetta in tutto, nell’essere madre, nel portare a casa un pezzo di stipendio, nel far bene da mangiare, nell’accudire i figli.
La cosa che rivendico è che ancora oggi una mamma non può scegliere. Tornare al lavoro o restare a casa è una scelta indotta da dinamiche esterne: economiche, lavorative, di famiglia.
Magari fai i conti: il nido costa troppo, la babysitter costa troppo, allora molli il lavoro, ma non è una scelta libera.
Infatti le statistiche dicono che ci sono tantissime donne che dopo il primo anno del figlio restano a casa».

Vostra figlia ha quasi due anni, avete ritrovato un equilibrio come coppia?
Matteo: «È un continuo assestamento, cresci con la bimba. I suoi bisogni e le sue necessità cambiano e la coppia evolve.
Non si è più noi due, ma noi tre. Poi sicuramente va molto, molto meglio dei primi mesi. E avere un figlio è spettacolare: lo scopo della vita».
Federica: «Certo perché adesso dice papo, coccole (ridono, ndr).
Il primo figlio sconvolge, non si è mai veramente pronti. Se decidi di crescertelo, quando cambia lui, ti assetti tu.
Non il contrario. L’unico consiglio veramente utile me l’ha dato un’amica: dovete resistere due anni, perché dopo è tutto in discesa».
Se Matilde volesse diventare un’atleta con tutti i sacrifici che questo comporta, cosa direste?
Federica: «Io prego perché lei abbia una passione così forte. La passione credo sia il motore di tutta la nostra vita.
Lo spero con tutto il cuore, indipendentemente dal fatto che sia il nuoto o altro. Tante cose non si raggiungono senza quelli che, visti da fuori, sembrano sacrifici.
Le scorciatoie non esistono. E io la supporterei al 100 per cento».
Matteo: «Sono sacrifici per il 99 per cento delle persone, ma per te che hai un obiettivo sono solo un modo per arrivare alla sua realizzazione.
Sono tappe di passaggio. Auguro a mia figlia che abbia una passione così grande da consentirle questo percorso di crescita.
Se fosse nello sport sarebbe meglio. È formativo, è un mondo bellissimo ed è il nostro».
News
“MELONI SI COMMUOVE DOPO BELPIETRO: IL CASO ZUNCHEDDU RIAPRE LA GUERRA SULLA GIUSTIZIA—GARANZIE O VENDETTA POLITICA? TRA TOGHE, GOVERNO E OPINIONE PUBBLICA, UNA STORIA DI INNOCENZA DIVENTA ARMA ELETTORALE È un frame che resta addosso: Maurizio Belpietro alza il tono, parla di Beniamino Zuncheddu e dell’ingiusta detenzione che ha sconvolto l’Italia, e Giorgia Meloni—secondo quanto riportato—si dice “molto colpita”, fino a lasciar trapelare emozione. Il tema, però, non è solo umano: è dinamite istituzionale. Perché il caso Zuncheddu diventa subito il simbolo di una battaglia più grande: riforma della giustizia, carcerazione preventiva, responsabilità, fiducia nello Stato. C’è chi vede un dovere morale di cambiare le regole; c’è chi teme una narrazione usata per mettere all’angolo la magistratura. Retroscena: secondo indiscrezioni, a quanto risulta dopo l’intervento sarebbe partita una raffica di telefonate tra staff e parlamentari per trasformare lo choc in agenda—senza prove, ma con una sensazione netta: qualcuno vuole che questa storia diventi “la prova” definitiva. Parole chiave: Meloni, Belpietro, caso Zuncheddu, giustizia, riforma.
Trentatré anni. Da innocente. Una frase che non ha bisogno di aggettivi. Che non ha bisogno di commenti. Che cade nell’aula come una pietra in un pozzo — e il rumore che fa, rimbalzando sulle pareti, è il rumore di…
“PORRO INTERVISTA MELONI SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: “SEPARAZIONE DELLE CARRIERE” O CONTROLLO DEL POTERE? IN TV SI APRE UNA FRATTURA TRA TOGHE, GOVERNO E OPPOSIZIONI—E QUALCUNO PARLA DI UNA NOTTE DI TELEFONATE NERVOSISSIME Studio lucido, domande secche: Nicola Porro incalza Giorgia Meloni a Quarta Repubblica e il tema diventa subito esplosivo—riforma della giustizia, referendum, e soprattutto la “separazione delle carriere”. Meloni la presenta come svolta di garanzia e chiarezza istituzionale; i critici la leggono come terreno scivoloso, dove la fiducia nello Stato rischia di dividersi in due tifoserie. Il punto caldo è il non detto: cambiano gli equilibri tra magistratura e politica, o cambia solo la narrativa? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta sarebbe circolata una scaletta “blindata” e, nella notte prima, ci sarebbe stata una chiamata tra staff per evitare “trappole” su CSM e tempi della riforma—nulla di provato, ma l’atmosfera lo suggerisce. Parole chiave: Porro, Meloni, giustizia, separazione delle carriere, referendum.
“Ci state togliendo un potere di condizionamento al quale non vogliamo rinunciare.” Una frase pronunciata da Giorgia Meloni con la calma di chi ha già vinto l’argomento prima ancora di finire la frase. Con la precisione di chi sa che…
“DEL DEBBIO ACCENDE LA SALA E MELONI SI COMMUOVE: APPLAUSI, SILENZI E UNA FRASE CHE DIVIDE L’ITALIA TRA “POPOLO” E “PROPAGANDA”—IN DIRETTA (O QUASI) IL CONFINE TRA TV E POTERE SI FA PERICOLOSAMENTE SOTTILE È una scena da cinema politico: Paolo Del Debbio prende il microfono, la platea esplode, e Giorgia Meloni—secondo le immagini circolate—si sarebbe commossa. Non è solo un momento emotivo: è un test di forza sul racconto pubblico, dove ogni parola pesa come un voto. Da una parte c’è chi legge l’intervento come “voce del Paese”, dall’altra chi parla di spettacolarizzazione e di giornalismo troppo vicino al potere (critiche che rimbalzano anche sui social). Il punto non detto, ma centrale: chi sta guidando la conversazione—la politica o la televisione? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta lo staff avrebbe curato tempi e inquadrature per evitare domande “a imboscata” e massimizzare l’impatto emotivo, senza che questo provi nulla oltre la strategia comunicativa. Parole chiave: Del Debbio, Meloni, Dritto e Rovescio, Mediaset, platea.
“L’imparzialità non è una questione inventata dalla giurisprudenza. È una questione che attiene la nostra natura.” Una frase pronunciata sotto le luci di uno studio televisivo. Con una platea che esplodeva. Con la telecamera che cercava il volto della premier…
“FEDEZ “APRE LE PORTE” A MELONI: IL PULP PODCAST DIVENTA CAMPO DI BATTAGLIA TRA POTERE E POP—REFERENDUM, POLITICA ESTERA E ASSENZE PESANTI (SCHLEIN, CONTE): CHI PARLA AL PAESE E CHI RESTA FUORI DALLA STANZA? Telecamera fissa, tono da confessionale, ma la posta è politica. Giorgia Meloni è ospite del Pulp Podcast di Fedez: un incontro che mescola linguaggio pop e Palazzo, con domande su referendum e scelte di governo, fino al nodo della politica estera e del rapporto con gli USA—tema che, secondo le anticipazioni, arriva sul tavolo senza filtri. Nel retroscena più rumoroso non c’è solo ciò che la premier dice, ma chi non c’è: viene riportato che Elly Schlein avrebbe declinato l’invito e che da Giuseppe Conte non sarebbe arrivata risposta. E così l’intervista diventa uno specchio: dialogo diretto con un pubblico nuovo o operazione di immagine? A quanto risulta, la strategia è semplice e feroce: portare la battaglia culturale fuori dai talk show, dove un rapper può fare le domande che l’Aula evita. Parole chiave: Fedez, Meloni, Pulp Podcast, referendum, politica estera.
“Non si vota sulla Meloni. Si vota sulla giustizia.” Una frase pronunciata in uno studio che non assomiglia a nessuna sala stampa di Palazzo Chigi. Nessun podio istituzionale. Nessuna bandiera italiana sullo sfondo. Solo una telecamera fissa, due microfoni, e…
“MATONE “INARRESTABILE” CONTRO SCHLEIN: IN AULA VOLANO ACCUSE SULLA GIUSTIZIA, E DIETRO LE QUINTE SI APRE UNA GUERRA DI FIDUCIA TRA TOGHE, GOVERNO E PD—CHI DIFENDE I VALORI DELLO STATO E CHI RISCHIA DI PERDERLI? Luci fredde, microfoni accesi: Simonetta Matone alza il tiro e punta dritto su Elly Schlein. Il bersaglio è la riforma della giustizia—e soprattutto la frase-chiave che incendia tutto: “PM sotto l’esecutivo?”. Matone parla di “affermazioni gravissime” e sfida l’opposizione a indicare dove, nei testi e nelle intenzioni, starebbe questo rischio. La tensione cresce, i banchi rumoreggiano, e la Camera diventa un ring di parole. Il conflitto centrale è chiaro: sicurezza istituzionale vs allarme democratico. Secondo indiscrezioni, a quanto risulta nei corridoi si starebbe già preparando la clip “definitiva” per i social, mentre nel PD qualcuno teme un boomerang comunicativo. E c’è un dettaglio che rimbalza sottovoce—una telefonata notturna tra staff, “tenete la linea, domani si va all-in”. Parole chiave: Matone, Schlein, giustizia, PM, Parlamento.
“Elly, per favore, mi indichi qual è il punto specifico delle norme nel quale è scritta questa cosa.” Una frase pronunciata con la calma di chi ha passato quarantuno anni in magistratura. Con la precisione di chi sa che la…
“LA RUSSA NELLA BUFERA: LO SCONTRO CON LA MAGISTRATURA DIVENTA GUERRA DI NARRAZIONI SUL REFERENDUM—TRA GRATTERI, NORDIO E OPPOSIZIONI, IL QUIRINALE DELLA FIDUCIA VACILLA: CHI DIFENDE LO STATO E CHI “FA PROPAGANDA”? A Roma basta una frase per far tremare i palazzi. Ignazio La Russa finisce al centro della tempesta dopo l’ennesimo botta e risposta sulla giustizia: da un lato l’accusa che certi toni “offendano” e alzino lo scontro con la magistratura, dall’altro la replica che la destra “non è mangia-magistrati”. Intanto Nordio rilancia il tema delle riforme e la discussione si incolla al referendum sulla separazione delle carriere. L’opposizione (Pd in testa) denuncia una “scelta politica” e chiede di abbassare i toni: è qui che nasce la frattura centrale—riforma o delegittimazione? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta circolerebbero appunti riservati e una telefonata notturna tra staff per “blindare la linea” prima dell’Aula. Nulla di provato, ma il sospetto avvelena l’aria. Parole chiave: La Russa, magistratura, Nordio, Gratteri, separazione delle carriere.
Mentre lei chiudeva gli scatoloni nel suo ufficio dell’Aquila, sorvegliata da agenti armati, i portoni dorati di Palazzo Madama si aprivano per qualcun altro. Non per lei. Non per il giudice che aveva applicato la legge. Non per la magistrata…
End of content
No more pages to load